sabato 9 febbraio 2008

Lo Stagno Paleolitico


Stagno Pino 1
Inserito originariamente da susannucciauccia

Ecco lo stagno di fronte alla Food Farm, lungo il viale dei pini, dove le Ametiste del Nilo hanno danzato il Navigium Isidis...

venerdì 8 febbraio 2008

Inaugurazione della Food Farm

Dopo che l’inaugurazione della prelibata bottega ha avuto luogo, finalmente Baedyn il vombato ha potuto riposare e ha principiato il suo lavoro alla "Food Farm" con quattro giorni di ferie. Madama Grazia no: Madama Grazia è come la dea egizia del perpetuo fermento, non si riposa mai e non trova mai pace. Per il suo compleanno voglio regalarle un sistro…
Comunque, tutta la faccenda è stata suggestiva. Oltre all’abbondanza di squisitezze esposte all’interno della bottega, montagne di prelibatezze troneggiavano sui tavoli approntati sotto il capannone di fronte, in uno slargo del viale di pini della stazione paleolitica. Panini con la porchetta, torte al formaggio con il lombetto, pizze al pomodoro e pizze alla cipolla, salsicce secche e coppa profumata, per non parlare dei cabaret di dolci… Il pomeriggio è stato dedicato alla meditazione e alla spiritualità, come potrete ben immaginare. Ma il culmine dei festeggiamenti si è avuto con lo spettacolo delle “Ametiste del Nilo", allestito nello stagno che dava sulla valle ammantata di boschi di querce ... anche se io ho avuto la vaga sensazione che gran parte del popolo sia stato coinvolto più che altro dai “Licaoni del Liscio” e dalle danze popolari locali.

Lungo i bordi dello specchio d’acqua circondato da canneti e pini erano stati sistemati cinque tripodi di bronzo, con le fiammelle che coloravano di arancione cangiante la superficie color piombo dello stagno. Nell’acqua stava un barcone dipinto di nero, circondato da torce accese e da spighe di grano. Io ho temuto il peggio per tutta la performance, ma le cinque odalische apparivano tranquille e concentrate. Delle due l’una: o sapevano quel che facevano o erano una massa d’incoscienti. La seconda che hai detto, mi suggerisce Edoardo. Il barcone era collegato con la terraferma da un piccolo pontile di legno rivestito di veli neri che ricadevano nell’acqua.

Al suono delle melodie orientali (alcune delle quali erano ri-arrangiate in stile chill out, peraltro), le “Ametiste del Nilo” hanno eseguito una complicata coreografia che rievocava la storia di Iside, la Dea Madre, di suo figlio Horus che poi diviene suo sposo, dell’uccisione da parte del di lui (ma anche di lei, mi pare) fratello Seth, della ricerca disperata di Iside del luogo ove lo sposo era stato sepolto e del ritrovamento del sarcofago che conteneva le sue spoglie (grazie alle parole proferite casualmente da alcuni bambini che giocavano) sulle rive di un fiume, dentro un cespuglio d’erica.

Nel primo quadro, nei panni della lucente apparizione, la danzatrice Shulamith, che vi ho già presentato tempo addietro: la siciliana Maria Grata Li Greci, anestesista alla U.S.L. per lavoro e odalisca per passione. Essendo una bella micia bianca, la parte della lucente apparizione le è stata affidata quasi d’ufficio. Indossava un’ampia gonna arancio cangiante ed un top ricamato di cristalli, era avvolta da un velo nero bordato d’oro e portava dei cimbali…

PRIMO VELO: LA DEA DELL’UNIVERSO
Dal mare sorge una lucente apparizione, un volto divino, che si ferma davanti ai miei occhi…
E’ veramente degna di essere adorata dagli stessi dei!
Un mantello nerissimo dai cupi riflessi, intessuto di stelle lucenti,
avvolge e si drappeggia intorno ad un abito dal colore cangiante,
cinto da guizzanti serpenti,
come lo Stige infernale gira nove volte intorno all’Ade!
Il capo è cinto da spighe.
La Madre Luna spande la sua luce azzurra
sulle ghirlande di fiori ricamati sul suo manto.

Nel secondo quadro predominava la dolce Aysel. Questo è ovviamente il suo nome d’arte: nella vita Aysel si chiama Fabiamaria Baldoncini Bellaveglia (detta Fabia per brevità) ed è una gatta certosina abbastanza dolce, proprietaria di una latteria in un paese che si affaccia sul lago Trasimeno. Indossava un abito argentato ed era avvolta da un velo rosso. Due serpenti dorati le si avvolgevano intorno alle braccia.

SECONDO VELO: LA DEA MADRE
Iside la Grande Madre seduta in trono
allatta il Figlio Horus, avvolto nel mantello.
In mano reca un vasetto d’oro in forma di barca,
avvolto da un serpente.


Il terzo quadro era animato da Maysa la lince (il cui nome d’arte è rimasto Maysa, naturaliter) e da Farhanaz, una gatta selvatica (mai quanto Maysa, peraltro, ma ci andiamo vicini), che nella vita fa la coltivatrice diretta e si fregia dell'altisonante nome di Alma Silvia Deogratias. Entrambe erano vestite con larghi calzoni bianchi svasati e stretti alle caviglie da ricami dorati e top candido con perle; l’unica differenza erano i veli, dorato quello di Maysa e argentato quello di Farhanaz. Portavano in capo una sciabola ricurva.

TERZO VELO: LA DEA LUNA
Si compie il plenilunio, tutto è visibile!
Seth il malvagio ha ingannato lo sposo,
col piombo ha sigillato la bara e l’ha gettata nel Nilo!
Ma gli dei misericordiosi mi hanno guidata
alle parole profetiche dei bambini del fiume di porpora,
e ai rami dell’erica che racchiude il sarcofago!

Il quarto e il quinto velo erano recitati da Maysa e Shahina… è il suo pseudonimo, ma secondo me poteva benissimo danzare col suo nome vero, come ha fatto Maysa, perché è indiana e si chiama Kirti Mrinal; è una gatta del Bengala, viene, manco a dirlo, dal Bengala e qui gestisce un negozio di alimentari orientale nel centro storico. Kirti Mrinal agitava un sistro ed era abbigliata con un abito intero, lungo, di color verde-azzurro-violetto, avvolta da un velo azzurro bordato d’argento.

QUARTO VELO: LA DEA SPOSA TERRESTRE
Spezza i sigilli del sarcofago dove giace il tuo sposo!
Nascondilo nella palude, che il malvagio Seth non lo trovi.

QUINTO VELO LA DEA SPOSA CELESTE
Vieni alla tua casa, io non ti vedo, ma il mio cuore sospira per te.
Ecco, io tua sorella ti amo più di tutto quanto in terra
e tu non ami un’altra come ami tua sorella,
certo non ami un’altra come ami tua sorella!
Io ti chiamo e piango così forte che le mie grida vincono il silenzio millenario.

Nell'ultima scena erano presenti tutte le ballerine, che portavano le “Ali di Iside” e in testa dei candelabri accesi. Danzavano in cerchio, si dividevano, raccoglievano tutti i loro veli e, ad una ad una, lasciavano con aria pensosa la scena mentre la musica sfumava.

SESTO VELO: LA DEA DEL PERPETUO FERMENTO
Danzate, portate spighe, agitate i sistri!
Accendete le torce, riempite la cornucopia di frutti!

SETTIMO VELO: LA DEA REGINA
Io vincerò il destino, solo io vi consentirò di estendere la vita oltre il tempo assegnatovi dal destino…
Io ho vinto la morte, io ho riportato il mio uomo alla vita,
io posso tutto contro le forze distruttrici del male!

(delirio d’onnipotenza, direi, così a occhio).

I brani sopra riportati, tratti liberamente dall’Asino d’Oro di Apuleio e da taluni miti egizi, erano letti, con voce alquanto sepolcrale, dall’otocione Jerusalem Gebratmaryam, Jerry per gli amici. Debbo dire che gli astanti hanno apprezzato molto l'avvenenza delle danzatrici, ma più d’uno si è domandato, a mezza bocca, quale fosse il legame tra i miti isiaci e gli insaccati umbri… Nessuno è stato tuttavia così audace da esprimere tali irriverenti dubbi ad alta voce.


INNO A ISIDE
Perché io sono la prima e l’ ultima
Io sono la venerata e la disprezzata,
Io sono la prostituta e la santa,
Io sono la sposa e la vergine,
Io sono la madre e la figlia,
Io sono le braccia di mia madre,
Io sono la sterile,
eppure sono numerosi i miei figli,
Io sono la donna sposata e la nubile,
Io sono Colei che dà alla luce
e Colei che non ha mai partorito,
Io sono la consolazione dei dolori del parto.
Io sono la sposa e lo sposo,
e fu il mio uomo che nutrì la mia fertilità,
Io sono la Madre di mio padre,
Io sono la sorella di mio marito,
Ed egli è il mio figlio respinto.
Rispettatemi sempre,
Poiché io sono la Scandalosa e la Magnifica.



La serata si è conclusa in maniera più tradizionale. I "Licaoni del Liscio" hanno intonato canzoni tratte dal più bieco repertorio popolare (quel che tocca fare per campare) e valzer e mazurke (cui non si sono sottratte nemmeno le odalische bellydancer (fra cui anche la Mamma), da Edoardo apostrofate con l'appellativo di "ventresche") si sono alternati nell'aia di fronte alla bottega, fino a tarda ora....

Ventresche.

Già. Alla fine l'abbiamo trovato, il legame fra gli insaccati umbri e la bellydance!







Concorso "Vota la rotonda più comunista"


Rotonda Ellera
Inserito originariamente da susannucciauccia

Una lettrice mi ha mandato la prima foto di una rotonda, a suo dire, assai comunista. Detta rotonda si trova ad Ellera, vicino alla Coop (e dove meglio? è ancor più comunista!). Megalo è entusiasta. Io sono un po' scettica per quanto riguarda l'equivalenza comunismo = perfezione, ma Megalo qui mi dice che non posseggo coscienza politica.... La cosa è quasi certa. Ne possiedo poca, è vero: mi basta studiare, suonare, farmi le canne con Ibadeth e chiacchierare con la Mamma, la sera, sdraiata sul suo stomaco. Tuttavia ciò non significa che non mi accorga di quello che succede intorno a me.

E quello che succede ora è foriero di tempesta ed uragani.

La lettrice che mi ha inviato questa foto si chiama Maya, dice che lavora in una grande fabbrica che produce miele e pappa reale ed è iscritta al Partito da più tempo di quanto non possa ricordare. Sostiene anche di conoscere lo Zio Panda, ma non mi ha spiegato dove mai lo abbia incontrato. Lo rivelerà, un giorno o l'altro, spero.

martedì 5 febbraio 2008

Chi ha visto il Gatto Golia?


Gatto Golia
Inserito originariamente da susannucciauccia

Il Gatto Golia manca da casa dal gennaio del 2007... E' scomparso a Perugia, in zona San Costanzo, ma il suo corpo non è stato mai trovato, per cui si spera sia ancora vivo e che qualcuno, chi lo sa, lo abbia trovato e adottato.

E chi sa che non voglia restituirlo alla sua mamma... o almeno avvertirla che è vivo. Se lo è.

Chi lo ha visto?

domenica 3 febbraio 2008

Narcisismo maligno, ovvero il superuomo de noantri

Stavolta Maddy dice che è sicura. Le sue ricerche storiche l’hanno condotta ad avanzare un‘ipotesi fondata su solide basi. Dice lei. Anche l’altra volta era sicura di aver individuato il piccolo Albert nel pargoletto che ripetutamente cercava di lapidare Nostro Signore… poi Edoardo le ha fatto notare, piuttosto acidamente – ma del resto che cosa ti aspetti da un culo, una romanza?, come dice sempre lo Zio Panda (pare sia un’espressione ferrarese) – che i due spensierati comportamentisti Watson e Raynor erano defunti negli anni Cinquanta e pertanto c’era… come dire… un piccolissimo scarto cronologico. Certo che tuo fratello va a guardare il capello, ha detto Maddy piccata; ma ha ripreso le sue ricerche storiche ed ha reperito nuovi documenti che dimostrerebbero inoppugnabilmente che il piccolo Albert era…
Ricapitoliamo. Nei primi decenni del XX secolo, due comportamentisti americani, John Watson e Rosalie Raynor, vollero dimostrare che la personalità può essere modificata, che molte fobie sono vere e proprie reazioni emotive condizionate, sia in via diretta che per traslazione, e che i disturbi emotivi degli adulti possono essere fatti risalire a reazioni condizionate avvenute nella prima infanzia. Per provare la loro teoria, i due bigattini da mosto condizionarono un bimbo, il piccolo Albert, ad avere paura di una stola di pelliccia bianca: mentre giocava con dei topolini bianchi presero a fargli esplodere mortaretti e a suonargli trombe da stadio nelle orecchie, talché lo sciagurato ogni volta che vedeva qualcosa fatto di pelo bianco si sentiva male.
Pare che, dopo aver proposto stravaganti rimedi al danno che avevano perpetrato, i due figuri si siano sposati (Dio li fa e poi li accoppia) e abbiano abbandonato la psicologia – Deo gratias – per dedicarsi alla pubblicità… che cosa avranno voluto convincere la gente a comprare, una scatola di montaggio per una camera a gas? ...
Il piccolo Albert crebbe, nonostante tutto, si trasferì a Londra con la famiglia (dice la Maddy) ed andò a vivere nel quartiere periferico di Kenbourne Vale, dove viveva anche lo psicopatico-paranoide Arthur Johnson. Confuso, spaventato e problematico, il ragazzetto passava il tempo spiando i vicini di casa per carpirne i segreti ed eventualmente ricattarli… non tanto per denaro, quanto per sperimentare l’ineguagliabile senso di potere che produce nella psiche la consapevolezza che l’altrui destino è nelle tue mani. Quando tuttavia scoprì il segreto di Arthur Johnson, rimase un po’ spiazzato. Visto com'è, un serial killer era cosa ben diversa dai mariti fedifraghi, dalle massaie borseggiatrici o dalle fanciulle di dubbia moralità. Ma quando si rese conto che Arthur aveva trovato nello strangolamento del manichino una valvola di sfogo per il suo desiderio di uccidere, provò un senso di esultanza. Poteva finalmente dare la stura al suo sadismo e vendicarsi di quel vecchiaccio rompicoglioni che varie volte lo aveva rimproverato quando lo vedeva scrivere parolacce sui muri. Così, quando il giovane laureando Anthony organizzò la festa di Guy Fawkes, il trucibaldo ragazzino "trovò" (ma guardacaso) un manichino nello scantinato della casa vicino alla sua e, aiutato da altri giovani sciamannati par suo, lo trasportò a casa, dove la solerte giovane madre vedova lo vestì con alcuni vecchissimi cenci del suo defunto marito… La notte del 5 novembre, festa di Guy Fawkes, il manichino fu incendiato fra gli applausi di tutti gli abitanti del quartiere e sotto gli occhi stupefatti del povero Arthur passato lì per caso. La sua Dama Bianca, la sua zia Gracie, il suo angelo custode… Il piccolo Albert sperimentò un sadico gaudio nel vedere la faccia di Arthur Johnson quando le fiamme lambirono il manichino, tanto che si diede a saltare e a ballare in un parossismo di gioia, trascinando tutti gli astanti in uno scatenato reel e cantando canzonacce che il buon gusto che mi contraddistingue non mi consente di trascrivere; qualcuno riportò che il malefico pischello cantasse Arrivano i Campbell, urrà, urrà!, ma ci fu anche chi sostenne di averlo inteso intonare le note della famosa ballata Ti strappo i peli del culo e ci faccio le trecce, brutto vecchio rincoglionito (il cui testo è probabilmente da ascriversi ad una fase tarda della produzione letteraria colta di John Donne).

I testi di psicologia la chiamano "sindrome di narcisismo maligno". Consta di un disturbo narcisistico di personalità con venature di comportamento antisociale, disprezzo per gli altri, aggressività e sadismo egosintonico (ovvero con cui il paziente si trova benone), che possono esprimersi in una ideologia consapevole di auto-affermazione aggressiva, come succede ad esempio ai leader di bande sadiche - tipo Arancia meccanica - o gruppi terroristici. Possono essere presenti anche fantasie di omicidi (o suicidi) eseguiti senza un movente razionale, per dimostrare la propria superiorità sul dolore e sulla morte. Stile il superuomo dannunziano, tanto per capirci.
Si sentono padroni della morte, dice Kernberg.
Stanno freschi, dico io.

venerdì 1 febbraio 2008

…o forse Disturbo di personalità antisociale?


Cosa significa psicopatico?
Il termine "psicopatia" nel mio amato DSM-IV non c’è più. Fu usato per la prima volta dallo psichiatra Checkley, nel 1941, nel libro "La maschera della sanità". Negli anni che seguirono fu gradualmente abbandonato e sostituito dal termine "sociopatia": si era verso la fine degli Anni Sessanta e si cominciava a mettere l’accento sui problemi sociali come origine di quelli psicologici. Nella seconda versione del DSM la sociopatia viene chiamata "personalità antisociale" e nella terza si affaccia l’attuale denominazione.
Ruth Rendell definiva Arthur Johnson "psicopatico" e così la psicopatia (o disturbo di personalità antisociale) è definita dai criteri diagnostici del DSM-IV:

A) Un quadro pervasivo d’inosservanza e violazione dei diritti degli altri, che si manifesta sin dai 15 anni come indicato da tre (o più) dei seguenti elementi:
1) incapacità di conformarsi alle norme sociali e legali, come indicato dal ripetersi di condotte suscettibili d’arresto;
2) disonestà,menzogne, uso di nomi falsi e truffe (o per profitto o per piacere personale);
3) impulsività ed incapacità di pianificare;
4) irritabilità ed aggressività (stra-grrrrrr!!);
5) inosservanza abituale di regole morali e legali;
6) irresponsabilità abituale, incapacità di sostenere un’attività lavorativa continuativa od obblighi finanziari;
7) mancanza di rimorsi (razionalizzazione dopo furti o maltrattamenti).
B) L’individuo ha almeno 18 anni.
C) Disturbo della Condotta prima dei 15 anni d’età.

Forse non ci avrò capito un sano tubo, ma a me non sembra che questo sia il ritratto di Arthur Johnson. Anzi.
Mi sono ripassata la Hare Psychopathy Checklist, la quale elenca una serie di item che descrivono quello che dovrebbe essere un bel personaggino. Il povero Arthur ci rientra molto poco. E’ un tipo affidabile (fin che non gli gira il boccino), privo di fantasia, serio fino alla pignoleria, senza alcun fascino (né superficiale né nascosto). Non truffa alcuno, non ha comportamento sessuale promiscuo (anzi, non ha comportamento sessuale tout court), non ha di sé un senso grandioso. Non è manipolatorio, non ha uno stile di vita parassitario. Tanto meno ha una storia di delinquenza giovanile ascrivibile a un Disturbo della Condotta. E’ sì insensibile, carente di empatia, ha affetti molto superficiali, manca di rimorso e di sensi di colpa: a lui delle vittime come persone non gliene può fregar di meno, le vede solo come fonte di problemi per lui. E’ incapace di verbalizzare la rabbia: invece di mandare affanculo la zia Gracie, che sarebbe stata cosa buona e giusta, ha ingoiato per anni, si è identificato con lei fino a credere che lei avesse ragione di trattarlo come lo trattava, e poi ha agito la sua rabbia violentemente, proiettandola sulle altre donne, che non gli avevano fatto nulla. Era, come spesso i paranoidi, timoroso di una resa passiva (tanto che il dottor Freud aveva fatto l’ipotesi di un’omosessualità latente. Insomma, il paranoide avrebbe paura di essere inculato, per dirla elegantemente). Dopo essere stato per anni vittima passiva della zia Gracie, ci credo che temeva che tutte le femmine lo mettessero all’angolo (o a novanta gradi, per citare il padre della psicoanalisi).

E allora perché Ruth Rendell lo chiama psicopatico? Dovessi fargli una diagnosi io, azzarderei che è affetto principalmente da Disturbo di Personalità paranoide, con qualche tratto antisociale.
E cosa si può proporre come terapia?
Per il paranoide, è indicata di solito la psicoterapia espressiva, con abbondanza d’interpretazioni (= spiegare al paziente cosa prova e perché si comporta in un certo modo), ma con cautela, senza sbattergliele sul muso. Può anche essere necessario "contenere" la rabbia del tipo (ovvero: se ti accusa di qualcosa, non negare veementemente, ma cercare di capire perché la pensa così e fargli capire che ha il diritto di essere imbufalito). Questo veramente dovrebbero farlo tutti, non solo gli psicoanalisti, ma transeat.
Per l’antisociale propongo le seguenti terapie: Lourdes, Fatima, l’altoforno della Thyssen Krupp di Terni…

Un fiore rosa


Maysa la lince non guida l’auto, viaggia con l'Ape Cross (già questo dà l’idea del tipo). Ora tuttavia l’infernale accrocco è in riparazione – tanto per mutare – talché ieri sera mi ha chiesto d’accompagnarla allo scalcinato teatrino dove lei e le "Ametiste del Nilo" fanno le prove per uno spettacolo di danze orientali, dedicato ai miti egizi.
Quando, dopo un paio d’ore, sono andata a riprenderla, era già fuori dal teatro (che si trova imbucato in un dedalo di viuzze squallide del centro storico appena lambite dai restauri) e mi aspettava nella piazza antistante insieme con un’altra danzatrice, Maria Grata Li Greci, che voleva anche lei approfittare del passaggio. (Maria Grata Li Greci è una gatta bianca siciliana, viene da Enna, nella vita fa l’anestesista alla U.S.L. e nel corpo di ballo danza con lo pseudonimo di "Shulamith"). Maysa aveva in mano un fiore rosa di cartone, un’approssimativa margherita del diametro di una trentina di centimetri, con il cuore giallo (un disco di cartoncino applicato al centro). Entrambe lo stavano guardando come se avessero trovato chissà che.
- Un fiore rosa – mi fa Maysa, e meno male che lo ha detto, che era rosa, sotto la luce dei lampioni pareva biancastro. La piazza è stata da poco restaurata e ripavimentata con pietra rosa chiaro, ai piedi della scalinata doppia di fronte alla chiesa hanno riadattato una piccola fonte e la luminosità dei lampioni al sodio dava a tutta la piazza un che di lievemente innaturale, come se stessimo all’interno di una conchiglia.
- Dove l’hai trovato? – le ho chiesto. Ha fatto un gesto vago. – Qui per terra - . Dall’altra parte della piazza c’era una piccola enoteca, decorata con festoni. – Verrà da qualche festa –
- Non ci vuol tanto a capire da dove viene – ha fatto Maria Grata Li Greci, buttando a terra la sigaretta che stava fumando, verso una macchina parcheggiata di fronte all’enoteca, decorata con altri sei o sette simili fiori ed altrettanti pezzi di bi-adesivo da cui se n’erano staccati in gran numero. Uno azzurro fra l’altro giaceva calpestato sul marciapiede. Maria Grata l’ha raccolto e riappiccicato sulla carrozzeria. Maysa non mostrava intenzione alcuna di fare altrettanto col suo.
- Magari è un buon segno – ha detto Maria Grata. – Può darsi – ha commentato Maysa, guardandolo pensierosa. Io non ho detto niente. Sotto la luce rosata, Maysa lo ha guardato ancora una volta e poi l’ha riposto nell’incavo del suo tamburello.
- Non ci credo, io, ai segni – Appunto, mi pareva. Di solito è molto pratica. – Però… sai quanto mi semplificherebbe la vita, crederci –
Mi pareva un po’ sconsolata. Chissà cosa ci ha. Comunque si è aggiustata la sacca sulle spalle e mi ha seguito. – Dai, muoviamoci – ho detto alle due odalische – Ho lasciato il break davanti ai bidoni della mondezza, in sosta vietata –