mercoledì 19 giugno 2013

Assertività ed orgoglio

Stamattina Tarquinius mi ha chiesto perché mai io (e Susanna prima di me) ami tanto i mini-misteri. Perché se fossero grandi mi farebbero paura, gli ho risposto io.
Lui ha detto che gli pare che alla gente facciano paura anche quelli piccoli, perché pensa che molte volte basterebbe chiedere per svelare l'arcano. Ma la gente non chiede, va avanti anni a domandarsi perché sia successa una cosa, ma non cerca mai di chiarire la cosa con gli interessati.
La tua amica Fabia, ad esempio: perché non ha più telefonato al Saltafossi per chiedergli lumi?
 
Probabilmente Tarquinius ha ragione. Anni fa frequentavo un gruppo di gente di una nota associazione di volontariato. Andavamo assieme in gita, in pizzeria, a fare passeggiate, al cinema. Ci vedevamo spesso, era un bel periodo, stavo bene con loro.
Un giorno un giovane della compagnia portò seco un amico d'infanzia. Lo avevo conosciuto anche io: era un tipo simpatico, che però amava metter male, riferiva pettegolezzi inventati, litigava per ragioni incomprensibili. Si chiamava Armando. Anni prima aveva interrotto i rapporti con me e con Tarquinius, allora fidanzati, perché diceva di non sopportare il fatto che stessimo sempre insieme e ci difendessimo l'un l'altro.
Il che, per due fidanzati, non mi pare strano, diciamo.
 
Uscì un paio di volte con il nostro gruppo, dopo di che Tarquinius ed io non fummo più invitati.
Fine del cinema, delle gite, delle passeggiate, delle cene in pizzeria.
Una ragazza del gruppo, tale Viola, una sera ci disse che non ci chiamavano più perché era Armando che non voleva. Aveva detto agli altri che, se avessero invitato noi, non dovevano chiamare lui. E Viola era molto seccata perché la compagnia aveva scelto lui.
Uno degli amici le aveva detto che io e Tarquinius eravamo una coppia e Armando era solo; era per questo che non se la sentivano di lasciarlo a casa.
 
Il fatto è che non li frequentammo più. Uno dei nostri amici si sposò e nemmeno ce lo disse; un altro si sposò ed adottò due figlioli; ma noi lo venimmo a sapere da terzi.
Tarquinius all'epoca mi disse di lasciarli perdere ed io feci così.
Ma ogni tanto mi chiedo se Armando - ora defunto - fosse la sola ragione.
Probabilmente no. Probabilmente questi amici già avevano qualcosa contro di noi, e la richiesta di Armando non fece che rafforzare l'antipatia che già provavano per noi. Solo che io non ne conosco la ragione.
Tarquinius dice che, se ci fosse stato qualcosa che non andava, gli amici avrebbero dovuto parlarne con noi, assertivamente. Dire "non ci va bene il vostro comportamento per il tale e per il talaltro motivo". Ma le gente di solito non lo fa. Preferisce chiudere senza spiegazioni.
Non ama fare processi né subirne.
Del resto, io mi arroccai nel mio orgoglio e non domandai mai spiegazioni a nessuno. Avrei fatto meglio a farlo?
 
                                                         (questa sono io, all'epoca dei fatti).
 

mercoledì 12 giugno 2013

Fabiamaria e il terreno fantasma


Anche Fabia, la gatta certosina che danza col nome di Aysel, si è detta disposta a contribuire alla serie dei mini-misteri inaugurata dalla povera Susanna.
Ricordo che Fabia si chiama Fabiamaria Baldoncini Bellaveglia e vive a Passignano sul Trasimeno, dove gestisce una latteria-yoghurteria. Ieri è venuta a trovarci con una torta gelato allo yoghurt e alle pesche, fatta dalle sue grigie manine, e ci ha narrato che un anno fa aveva ricevuto una telefonata poco chiara da tale Guerrino Saltafossi di Sanguineto (vicino Tuoro), che si era proclamato suo parente e le aveva fatto una proposta.
 
                                                            (veduta della torre di Sanguineto)
 
Il tale si era dichiarato un ragioniere impiegato preso una immobiliare locale e le aveva proposto di comperare, per la somma di euri seimila al metro quadro, un terreno che Fabia possedeva sulle rive del lago, non lontano dal raccordo autostradale, insomma, una pedata.
 
Per chi non è del luogo, si definisce pedata "... la parte dei terreni, che confinano con il Lago Trasimeno e alternativamente si trovano sommersi o emersi a seconda del crescere o decrescere del livello dell'acqua [ ...].  La pedata consisteva in un quadrato di terra con il lato di piedi dodici, ossia 144 piedi quadrati, ciò che costituiva un cospicuo patrimonio per estensione (circa 400-500 ettari) e ricco per la resa delle erbe palustri (cannucce, pagliola, giunco da fiscoli, cannellone, ecc.), più le altre erbe da foraggio e da strame."
 
Il tale Guerrino Saltafossi aveva continuato dicendosi quasi certo che la giovane Fabia non utilizzasse gran che questa sua piccola proprietà, che lui possedeva delle pedate confinanti e che riteneva di farle un'offerta congrua con la sua proposta di acquisto.
 
Senonché Fabia aveva dichiarato di non possedere alcunché sulle rive del lago (né da altre parti, volendo precisare).
Il Saltafossi aveva insistito. Fabia possedeva una pedata sulle rive del Trasimeno, presso Tuoro, proprietà che le derivava dall'eredità della nonna paterna, Isolina Baldoncini, deceduta verso la fine degli anni Dieci.
Fabia aveva ribattuto che l'unica eredità ricevuta dall'ava erano ventimila euro ed un anello con corallo. Del resto, se veramente avesse ricevuto un terreno in eredità, qualcuno avrebbe dovuto dirglielo, no? Sarebbe stata convocata da un notaio. Avrebbe dovuto firmare qualche documento. Ci avrebbe dovuto pagare le tasse. Insomma, in qualche modo ne sarebbe venuta a conoscenza. O no?
 
Il Saltafossi l'aveva invitata a consultare il catasto e aveva reiterato  la sua offerta d'acquisto.
 
Perplessa, Fabia aveva telefonato ad una sua zia, la quale la aveva messa in guardia nei confronti di Guerrino Saltafossi, che era effettivamente un loro parente, ma un po' losco, come dire; era effettivamente ragioniere, ma l'immobiliare presso cui lavorava era sempre la sua: nel senso che lavorava in casa, dove si occupava di tasse, 730, rendite catastali, IMU e piacevolezze simili. In tutti i modi, la zia le aveva confermato che la nonna Isolina aveva posseduto sì, delle pedate, ma che le aveva lasciate tutte in eredità a lei (la zia), che le aveva già vendute. E non certo a seimila euro il metro quadro, ma al doppio.
 
Le ho chiesto se fosse mai andata al catasto per verificare se veramente era proprietaria di un terreno. "Mai" aveva risposto la gatta certosina "Ho fatto una telefonata al catasto e mi hanno detto di andar là e fare una richiesta - scritta e a pagamento - e che, in ogni caso, avrei dovuto dir loro dove precisamente fosse questo terreno. Io ho replicato che era quello il punto: che non lo sapevo. Che non sapevo neppure di averlo, questo pezzo di terra. Loro si sono messi a ridere e mi hanno detto di non poterci fare niente... E dopo ho pensato un'altra cosa.... e se poi scoprivo che per davvero ce lo avevo, che non ci avevo mai pagato le tasse e che magari lo Stato me le rivoleva tutte insieme?..."

Io le ho detto che mi pareva una paranoia improbabile, ma in effetti mi sono chiesta per quale motivo il Saltafossi se ne fosse uscito con un'offerta così chiaramente insensata. Da chi aveva avuto la notizia che Fabia possedeva il terreno? E se sapeva che Fabia non aveva nulla, che senso aveva quella proposta?
"Hai saputo più niente da questo tizio?" le ho chiesto poi.
"Assolutamente nulla" aveva risposto Fabia. "Dopo aver detto che mi avrebbe ricontattata, non si è mai più fatto vivo..."
 
 
 
 






domenica 9 giugno 2013

La serie dei mini-misteri: il barista di Cava della Piaggia


Certo, se nella mia vita ci fossero i misteri della politica italiana o taluni enigmi che ammorbano la vita delle eroine della carta stampata, starei fresca, io. La mia povera amica Susanna (la micia calicò che ha aperto questo blog) ve ne ha raccontati alcuni, io ho contribuito con un paio di modesti misteri ancora non svelati, ed ora mi sono ricordata un altro paio di curiosi avvenimenti che ancora non hanno trovato spiegazione.
Una sera di alcuni anni fa ricevetti a casa una telefonata. Non si sentiva gran che, la linea era disturbata, io riuscivo a captare una parola sì e quindici no. Alla fine sentii, attraverso il ricevitore, una voce dialettale perugina con un sottofondo di altre voci ed un acciottolio di piatti e bicchieri che venissero lavati. L'uomo si presentò come "il barista di Cava della  Piaggia".
Dopo essersi presentato tacque, come se la semplice menzione di cotale titolo bastasse per qualificarlo agli occhi di chiunque. Io chiesi urbanamente cosa desiderasse da me il barista di Cava della Piaggia. La voce, un po' indispettita (di che?) mi chiese se conoscessi.... e mi fece un nome mai udito in vita mia. Io risposi che non conoscevo nessuno così intitolato, mentre in sottofondo si udiva una voce maschile sempre più agitata. Il barista cominciò un discorso in perugino un po' confuso, da cui credetti di intuire che qualcuno era andato al bar, aveva consumato, non aveva i soldi per pagare ed aveva fatto il mio nome come garanzia (di che?). Ma non sono neppur sicura che il succo della faccenda fosse questo. Forse era qualcuno che aveva fatto il mio nome per raccomandarsi di qualcosa... il sedicente barista di Cava della Piaggia parlava un perugino talmente stretto da risultarmi scarsamente comprensibile.
Per farla corta, io conclusi la conversazione dicendo che non conoscevo né il barista né la persona che mi aveva nominato, e chiusi la comunicazione.
Era sera tardi e andai a letto.
Parlandone il giorno dopo con Tarquinius, lui approvò il fatto che non mi fossi vestita e non fossi andata a Cava della Piaggia a vedere di chi mai si trattasse. "Speriamo che non fosse una tua conoscenza che stava per essere uccisa, magari per non avere pagato una partita di droga, e che tu non fossi la sua unica speranza", concluse, iettatorio. Io lo mandai a cagare, dicendo che non conoscevo gente che commerciasse in stupefacenti; ma qualche giorno dopo, recandoci dalla E 45 verso il quartiere di Perugia dove una volta si trovava l'ospedale, passammo per il minuscolo agglomerato di Cava della Piaggia e ci fermammo allo squallido baretto a bere un caffè.
Conoscevamo il toponimo perché una volta, tanti anni fa, Cava della Piaggia era il capolinea di una linea di bus della città, non perché ci fossero bellezze incommensurabili od attrazioni immarcescibili. (Di fatto, sospetto che l'unica attrazione locale sia il barettaccio). Ci servì due caffè (straordinariamente buoni) una coniglia rumena, che ci informò che il bar era di sua proprietà: lo aveva acquisito un paio d'anni prima al vecchio proprietario, che si era ritirato in campagna ed era morto qualche mese dopo.

Mah.

lunedì 27 maggio 2013

Una torre pendente e considerazioni sul caffè

Ieri io e Tarquinius siamo andati, con Megalo e il cinghialetto Carlegidio, a fare una gita domenicale a Vernazzano, a vedere la Torre Torta (con l'accento grave, mi raccomando), sopra Vernazzano - splendida vista sul Lago Trasimeno, fra l'altro.
Dopo la visita siamo scesi al bar locale a berci un caffè. E lì ho sottoposto al consorte ed ai miei amici una profonda riflessione filosofica.
Chiedi un caffè.
Ti danno la tazzina col piattino e ti dotano di un cucchiaino per girare lo zucchero - se uno ce lo mette. Io ce lo metto, eccome.
Giri lo zucchero con la mano destra.
Pertanto devi sollevare la tazzina con la sinistra.
Giusto?
Allora, perché ti danno sempre la tazzina col manico a destra? che io la devo sempre far ruotare per posizionarlo a sinistra?
Il consorte e gli amici, tuttavia, non sono parsi molto colpiti da questo mio profondo pensamento.

lunedì 20 maggio 2013

Elogio funebre dell'avvocato


Un maggio piovoso e freddo se ne sta andando e il 15, senza aspettare nemmeno venerdì 17, se ne è andato anche l'avvocatone Edoardo.
 
 
Non senza avere prima fatto scomparire tutti i faldoni che gli aveva lasciato l'amico Andreotti...

mercoledì 15 maggio 2013

La complessità sesquipedale


La complessità, si diceva.
Ho parlato del velo islamico per fare un esempio di ragionamento rozzo e semplicistico, ma potrei fare carrettate di altri esempi. Uno potrebbe riguardare il problema dell'immigrazione.
Che noi siamo favorevoli, contrari o sospendiamo il giudizio, è indubbiamente un problema, che oltre tutto i nostri governi, di qualsiasi colore, non hanno mai adeguatamente affrontato.
Tuttavia, la rozzezza e la semplicità di certe posizioni xenofobe mi sconcerta.
Io penso che sarebbe stupendo che ognuno se ne stesse a casa sua, nella sua patria, circondato dalla sua famiglia e dai suoi amici e che vada negli altri Paesi solo per turismo; ma dubito che gli immigrati vengano nel Bel Paese per far dispetto agli italiani, credo che, se si sobbarcano viaggi fortunosi per mare o per terra lasciando la loro casa e la loro famiglia, abbiano gravissimi problemi. Uno che sta benone a casa sua non molla tutto per andare a fare il disgraziato in un altro paese, di cui magari nemmen condivide la lingua e le usanze.
Giusto?
Ciò premesso, penso che l'esperienza d'un immigrato, sia per lui sia per gli italiani, potrebbe essere fonte di arricchimento.
Dico potrebbe: perché è abbastanza evidente che, se un cinese vive anni in Italia frequentando solo cinesi e non imparando una beata mazza dell'italiano e dicendo "Vòi socotolino?" per chiederti se vuoi lo scontrino, l'arricchimento, da ambo le parti, è relativo.
Se un albanese frequenta solo albanesi e non fa altro che bere e tirar bottigliate ai compatrioti o ad altri immigrati per le vie del centro storico, ne facciamo a meno, direi.
Se una donna marocchina vive anni in Italia, segregata in casa dal marito o dai fratelli, uscendo poco e velata sino alle orecchie, parlando solo lingue magrebine, ci arricchiamo tutti pochino.
Ma dico, gli stranieri saranno tutti così?
Credo proprio di no; pensare che tutti gli appartenenti ad una nazionalità si comportino allo stesso modo è cedere a stanchi stereotipi.
E già ai razzisti il concetto di stereotipo resta indigesto.
Se tu dici che è uno stereotipo pensare che tutti gli stranieri siano delinquenti, ti accusano di difenderli. Ti chiamano "buonista", "coccolanegri" e sciapate simili.
Dicono che la sinistra ama l'Islam. Vagli a spiegare che la sinistra non ama affatto l'Islam, che di solito ama già poco le religioni autoctone; vagli a spiegare che l'anti-razzista (ovvero il cosiddetto buonista) difende soltanto il diritto di ogni individuo ad essere giudicato per quello che fa, non per la sua etnia o la sua religione. Vagli a far capire che anche i cosiddetti buonisti detestano i delinquenti o gli spacciatori, solo che non ne fanno questione di nazionalità.
Ti dicono che ami gli immigrati, magari insinuando che ti piacciono "le scimmie africane" per la stratosferica misura del loro pene. Dicono che la sinistra protegge gli immigrati perché sono un serbatoio di voti (e da quando gli immigrati votano? Credo non ci sia allo studio neppure una legge che preveda di farli votare). Dicono che gli italiani sono discriminati nella loro patria; che i Comuni (quali?) danno 2.000 euro mensili agli stranieri mentre gli italiani muoiono di fame; che danno la precedenza agli immigrati nell'assegnazione delle case e dei posti agli asili-nido. Vagli a spiegare che le graduatorie tengono conto del reddito, e non della nazionalità, e che se uno straniero ti passa avanti è perché è più povero di te, non certo perché è nato oltre confine.
Se provi a spiegarglielo non lo capiscono.
Ti dicono che i buonisti difendono gli immigrati a prescindere, acriticamente e qualsiasi nefandezza compiano. Che sono italiani che odiano gli italiani.
I ragionamenti articolati non sono da tutti, evidentemente.
Ma, come dice Tarquinius, fare discorsi rozzi è più semplice: chi te lo fa fare di metterti a fare dei distinguo, di cercar di vedere la situazione da un punto di vista alternativo, semplicemente di capire...

lunedì 13 maggio 2013

Complessità

Ieri pomeriggio è passata da noi la micia rumena Luminitsa Blerinca, reduce da una visita alla Madonna dei Bagni, cui ha dedicato un articolo per il suo sito.
Le ho offerto una tisana, che lei ha sorseggiato senza mettervi nemmanco un granello di zucchero (ricordo che la micia è anoressica) e, mentre beveva, mi ha raccontato di avere avuto uno scontro con una vecchietta che le ha urlato "Brutta zingara, ritornatene da dove sei venuta".
Luminitsa si è chiesta perché la gente sia tanto ignorante, e non tanto per la battuta xenofoba ("Già basterebbe" ha bofonchiato Tarquinius), quanto per il fatto che rumeni e zingari non hanno niente a che fare l'un con l'altro, a parte la cittadinanza rumena, che data dal XV secolo, dopo il crollo dell'impero bizantino. Al di là del fatto che la stessa storia delle popolazioni Rom è complicatissima, i Rumeni stessi detestano gli zingari e dare dello zingaro ad un  rumeno è poco meno di un'offesa sanguinosa. Ma per gli italiani sono tutti uguali, ha concluso sconsolata la micia.
"Per molti italiani sono tutti uguali a prescindere" ho notato io "Rom, rumeni, albanesi, africani e marocchini, sono tutti negri".
Quando Luminitsa se ne è andata, ho ripensato al dialogo e mi sono posta delle domande; non tanto sul perché del razzismo, quanto sull'estrema semplificazione che la gente fa di problemi complessi.
"Si fa prima" mi ha detto Tarquinius "La gente non vuole star lì ad informarsi, a disquisire, a sottilizzare, a distinguere. E' più facile chiapparli tutti e buttarli tutti nello stesso calderone".
Per molta gente, ho notato, è difficile fare dei distinguo. O sei con noi o sei contro di noi. Se tu spieghi che sì, una situazione può essere vista in un modo, ma forse può anche essere vista in un altro modo, presentare risvolti differenti; manco ti capiscono.
Prendi il problema del velo delle donne musulmane.
Varie volte ho litigato con razzistelli da due euro che confondevano i vari tipi di velo islamico: per loro il chador, il burqa o l'hijab erano la stessa cosa. E si scagliavano contro le donne velate dicendo che erano sottomesse all'uomo (oh, che patria di femministi è l'Italia!), che puzzavano, che si velavano per non essere riconosciute ed organizzare attentati e via dicendo. Basta che andiate nella sezione "Immigrazione" di "Yahoo Answers" e ne troverete a iosa, di mentecatti simili.
Al che io mi mettevo a dire la mia con parole, speravo, ragionevoli.
Spiegavo che personalmente sono contraria al chador e al burqa, che in misura differente coprono l'intera persona e impediscono che la donna che li porta sia identificata; spiegavo che è giusto che la legge italiana li vieti, in quanto tutti debbono poter essere riconosciuti.
Aggiungevo che io sono contraria anche all'hijab, un fazzolettone che copre i capelli lasciando scoperto il viso; ma (e qui scatta il ragionamento complesso) che non lo vieterei. Capito? personalmente sono contraria, non mi piace, ma penso che, se è una libera scelta della donna, non vada proibito.
Tuttavia il ragionamento, pare, è troppo complesso. Ma come, mi dicevano, se sei contrdevi essere anche favorevole al divieto di portarlo. O sei contraria e lo vieti o sei favorevole e lo porti.
Hai voglia a spiegare che la realtà non è bianca o nera, ma che ci sono miriadi di sfumature intermedie. Molte persone - sospetto siano la maggioranza - hanno un modo di pensare rozzo e semplicistico.
Il brutto è che poi credono a gente che propone loro soluzioni semplici per problemi complessi.
Ne vogliamo parlare?