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giovedì 9 luglio 2009

Auroralia - Una serata diversa


Gaja - La presentazione
Inserito originariamente da susannucciauccia

Non penso che mi presenterò mai più dalle parti della Libreria Flexi dopo la figuraccia memorabile patita a cagione del Bimbo e della Bimba.


Era prevista la pubblica lettura di quindici racconti, ispirati all’inquietante foto di tale signor Uelsmann, un’ombra femminile nera che vola sopra un tetro paesaggio fatto di laghi e colline glabre. La Mamma aveva scritto un racconto ancor più inquietante, se possibile, e nel primo pomeriggio lei e lo Zio Panda erano partiti per recarsi nella capitale con la loro indegna vetturetta arancione e si erano allocati in un piccolo albergo in fondo alla Via Labicana, appiccicato al raccordo anulare, fra parentesi.
Megalo ed io eravamo andate a trovare nostra cugina Margot al Museo da lei mirabilmente diretto. Alle nove passate, eravamo in via Clementina 9, quartiere Suburra, alla libreria Flexi, che ho scoperto essere un’ibrida creatura chiamata “caffè-libreria”. Poco bene, mi son detta; Megalo, Margot ed io abbiamo cominciato a tracannare uno spritz dietro l’altro e, quando le letture sono iniziate, eravamo già in una dimensione altra.
Alla fine delle letture, la zia Gaja ha annunciato un fuori-programma: la performance di due giovanissimi autori molto promettenti (“Promettenti sventura” ha biascicato mia sorella Megalo), che si sarebbero prodotti nella lettura di un poema epico-pulp con accompagnamento di strumenti musicali desueti. Non sapevo chi fossero, ma una sottile angoscia ha cominciato a farmi rizzare i peli ed appiattire le orecchie sul capo; la premonizione si è rivelata azzeccata quando ho visto presentarsi al pubblico assiepato nella saletta il Bimbo con un fascio immenso di fogli di carta velina e la Bimba con la buccina.
Oh mio Dio” ho soffiato io. “Li mortacci loro!” ha strillato Margot, facendosi riconoscere come al solito, mentre il Bimbo dava inizio alla lettura della Bimbeide, poema epico-pulp in 753 canti che narrava le innumeri malefatte di una bimba non meglio identificata… e che tale è rimasta perché, ogni volta che la lettura si avvicinava a qualche passo particolarmente scabroso, la Bimba (che aveva massacrato la buccina a schiaffoni e cazzotti fino a convincerla a diventare un clarinetto per sfinimento) soffiava con forza nello strumento emettendo muggiti inimmaginabili.
E fu allora che la Bimba sottrasse vilmente il quadro al Museo e…. UAAAAAHHH!” “…e allorquando la Bimba distrusse con la dinamite….UAAAAAHHH!!!”
Alla fine della lettura (verso le tre del mattino) il pubblico era in stato catatonico, vanamente soccorso dal Bieco Libraio che distribuiva caffè corretto alla vodka a tutti, provocando nella zia Gaja e in Margot un raptus canoro che le portava all’esecuzione della famosa aria “Ci ho sette par de scarpe e vado scarzo”.

Il Bimbo e la Bimba, invece, fieri della loro prodezza, ricevevano le congratulazioni (credevano loro) della folla che così commentava la performance:

"Insolito!"
"Ci avete lasciati senza parole!"
"Mai sentita una cosa simile!"
"Una performance fuori dal comune!"
"Incredibile!"

... e così via...


lunedì 15 giugno 2009

"Auroralia" e il Lago dell'Abisso

La mia Mamma, si sa, non ha il comune senso della decenza; pertanto il prossimo 26 giugno parteciperà ad una serata di pubblica lettura di racconti presso la Libreria Flexi di Roma, ove leggerà il racconto allegato. La serata s'intitola "Auroralia" ed è stata organizzata dalla zia Gaja Cenciarelli. Si leggeranno quindici brevi testi - racconti, ma anche poesie e riflessioni sparse - ispirati ad una foto di Uelsmann raffigurante un'ombra femminile nera che sorvola uno specchio d'acqua.
Anche inquietante, direi io.
Comunque, questo è il racconto.




Il lago dell’Abisso

Non è che a casa sua non ci fossero degli specchi. C’erano. Ma lei non aveva mai capito a cosa servissero.
La sua era una famiglia modesta, ma rispettabile, amava ripetere la mamma.
Già, rispettabile, qualunque cosa volesse dire.
Il campo semantico della parola rispettabile comprendeva una pletora di oggetti sconnessi e all’apparenza slegati fra di loro. Comprendeva il taglio di capelli con un’insalatiera ficcata in testa, tenuta ben ferma dalla vicina di pianerottolo che le scorciava le chiome torno torno con un paio di forbici che le servivano nel suo lavoro di sarta (fa la sarta, saprà ben adoperare le forbici…). Comprendeva i vestiti ereditati dalle cugine e dalle figlie delle amiche, cui la mamma cuciva un orlo fantasmagorico per abbellirli, e che le cugine e le figlie delle amiche riconoscevano immediatamente come propri (Mamma, guarda, Palma ci ha i calzoni che tu avevi buttato!). Comprendeva il bagno fatto solo la mattina della domenica. Comprendeva il deodorante spruzzato sopra i maglioncini, che s’infeltrivano e si macchiavano. Comprendeva il divieto d’usare il bidet (che Palma fino a quattordici anni aveva creduto essere il recipiente dove si lavavano i piedi).
Palma passava spesso i suoi pomeriggi affacciata alla terrazza che dava sulla via trafficata. Guardava il mondo e non capiva. Le macchine correvano avanti e indietro sulla strada e… come facevano a non scontrarsi?… Scontro frontale, ripeteva la mamma, è mortale, non prendere mai la macchina, Palma! Un pomeriggio, Palma aveva capito – o almeno aveva creduto di capire – che la striscia bianca in mezzo alla strada serviva a dividere le macchine! Da una parte vanno in su, dall’altra vanno in giù! Ecco perché non si scontrano! Ho capito! Il mondo le era apparso meno incomprensibile, era riuscita ad impadronirsi di una chiave che glielo faceva sembrare meno estraneo! Era corsa subito dalla mamma a dirglielo, pensando che anche a lei finalmente il mondo sarebbe apparso meno spaventoso.
La mamma aveva fatto una risataccia ed aveva negato. Non era mica vero, che la striscia bianca serviva a dividere le macchine. Non era mica vero che le automobili marciavano secondo un ordine. Le auto marciavano a caso. E si scontravano frontalmente. Che cosa pensava, Palma, di aver avuto un’idea geniale?
Palma era tornata in terrazza, avvilita. Eppure, le era parsa un’idea così carina…
E gli specchi.
C’era una bambina, dentro lo specchio. Magra, con gli occhi fondi e il naso lungo. Aveva uno scamiciato di lana grigia, come lei.
A un cero punto Palma aveva capito. Quella bambina era lei!
Era corsa a dirlo alla mamma.
La mamma aveva fatto una risataccia e aveva negato. E come faresti, tu, a vederti su un pezzo di vetro? Dimmelo, come sarebbe possibile? Quello è un quadro, Palma, quella bambina è la nipote di una mia cugina a cui volevo molto bene. Come fai a essere tu? Credi che tutto il mondo giri intorno a te?
Ma si muove, mamma, aveva detto Palma fiocamente. Si muove quando mi muovo io.
E’ un ologramma. Un quadro che si muove, aveva riso sua madre.
E se io voglio vedere come sono fatta?… aveva provocato la bambina.
Non c’è modo, aveva soffiato sua madre, continuando a lavorare a maglia.
Non potresti farmi una fotografia?
No, non ho la macchina fotografica. Non ho i soldi per comprarla e in tutti i modi non la comprerei per te.
Non potresti farmi fare un ritratto? Come quello che ho visto, della figlia di tua cugina?
Non c’era stata risposta.
Che fine ha fatto, quella bambina? Aveva voluto sapere Palma.
La madre aveva riso. E’ morta! E l’aveva guardata, ridacchiando.

A diciotto anni se n’era andata, anche se nessuno della famiglia aveva capito perché.
S’era diplomata all’Istituto agrario e aveva trovato un lavoro in un’azienda agricola vicino Bevagna. Vicino al Lago dell’Abisso.
Il Lago dell’Abisso, profondissimo specchio d’acqua, alimentato da una polla risorgiva. Quindici metri di profondità, colore blu intenso, circondato da fosche leggende.
Quando faceva caldo, scendeva dal trattore e andava a riposarsi sotto ai pioppi, vicino al lago. Uno specchio rotondo e turchese, in cui le piaceva rimirarsi.
Talvolta si addormentava vicino al lago e sognava.
Sognava di non essere lei. Le pareva di essere una creatura sottile e scura, che sorvolava a gran velocità i mari, le campagne e le città e si specchiava in tutti gli stagni del mondo…