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giovedì 9 luglio 2009

Auroralia - Una serata diversa


Gaja - La presentazione
Inserito originariamente da susannucciauccia

Non penso che mi presenterò mai più dalle parti della Libreria Flexi dopo la figuraccia memorabile patita a cagione del Bimbo e della Bimba.


Era prevista la pubblica lettura di quindici racconti, ispirati all’inquietante foto di tale signor Uelsmann, un’ombra femminile nera che vola sopra un tetro paesaggio fatto di laghi e colline glabre. La Mamma aveva scritto un racconto ancor più inquietante, se possibile, e nel primo pomeriggio lei e lo Zio Panda erano partiti per recarsi nella capitale con la loro indegna vetturetta arancione e si erano allocati in un piccolo albergo in fondo alla Via Labicana, appiccicato al raccordo anulare, fra parentesi.
Megalo ed io eravamo andate a trovare nostra cugina Margot al Museo da lei mirabilmente diretto. Alle nove passate, eravamo in via Clementina 9, quartiere Suburra, alla libreria Flexi, che ho scoperto essere un’ibrida creatura chiamata “caffè-libreria”. Poco bene, mi son detta; Megalo, Margot ed io abbiamo cominciato a tracannare uno spritz dietro l’altro e, quando le letture sono iniziate, eravamo già in una dimensione altra.
Alla fine delle letture, la zia Gaja ha annunciato un fuori-programma: la performance di due giovanissimi autori molto promettenti (“Promettenti sventura” ha biascicato mia sorella Megalo), che si sarebbero prodotti nella lettura di un poema epico-pulp con accompagnamento di strumenti musicali desueti. Non sapevo chi fossero, ma una sottile angoscia ha cominciato a farmi rizzare i peli ed appiattire le orecchie sul capo; la premonizione si è rivelata azzeccata quando ho visto presentarsi al pubblico assiepato nella saletta il Bimbo con un fascio immenso di fogli di carta velina e la Bimba con la buccina.
Oh mio Dio” ho soffiato io. “Li mortacci loro!” ha strillato Margot, facendosi riconoscere come al solito, mentre il Bimbo dava inizio alla lettura della Bimbeide, poema epico-pulp in 753 canti che narrava le innumeri malefatte di una bimba non meglio identificata… e che tale è rimasta perché, ogni volta che la lettura si avvicinava a qualche passo particolarmente scabroso, la Bimba (che aveva massacrato la buccina a schiaffoni e cazzotti fino a convincerla a diventare un clarinetto per sfinimento) soffiava con forza nello strumento emettendo muggiti inimmaginabili.
E fu allora che la Bimba sottrasse vilmente il quadro al Museo e…. UAAAAAHHH!” “…e allorquando la Bimba distrusse con la dinamite….UAAAAAHHH!!!”
Alla fine della lettura (verso le tre del mattino) il pubblico era in stato catatonico, vanamente soccorso dal Bieco Libraio che distribuiva caffè corretto alla vodka a tutti, provocando nella zia Gaja e in Margot un raptus canoro che le portava all’esecuzione della famosa aria “Ci ho sette par de scarpe e vado scarzo”.

Il Bimbo e la Bimba, invece, fieri della loro prodezza, ricevevano le congratulazioni (credevano loro) della folla che così commentava la performance:

"Insolito!"
"Ci avete lasciati senza parole!"
"Mai sentita una cosa simile!"
"Una performance fuori dal comune!"
"Incredibile!"

... e così via...


lunedì 15 giugno 2009

"Auroralia" e il Lago dell'Abisso

La mia Mamma, si sa, non ha il comune senso della decenza; pertanto il prossimo 26 giugno parteciperà ad una serata di pubblica lettura di racconti presso la Libreria Flexi di Roma, ove leggerà il racconto allegato. La serata s'intitola "Auroralia" ed è stata organizzata dalla zia Gaja Cenciarelli. Si leggeranno quindici brevi testi - racconti, ma anche poesie e riflessioni sparse - ispirati ad una foto di Uelsmann raffigurante un'ombra femminile nera che sorvola uno specchio d'acqua.
Anche inquietante, direi io.
Comunque, questo è il racconto.




Il lago dell’Abisso

Non è che a casa sua non ci fossero degli specchi. C’erano. Ma lei non aveva mai capito a cosa servissero.
La sua era una famiglia modesta, ma rispettabile, amava ripetere la mamma.
Già, rispettabile, qualunque cosa volesse dire.
Il campo semantico della parola rispettabile comprendeva una pletora di oggetti sconnessi e all’apparenza slegati fra di loro. Comprendeva il taglio di capelli con un’insalatiera ficcata in testa, tenuta ben ferma dalla vicina di pianerottolo che le scorciava le chiome torno torno con un paio di forbici che le servivano nel suo lavoro di sarta (fa la sarta, saprà ben adoperare le forbici…). Comprendeva i vestiti ereditati dalle cugine e dalle figlie delle amiche, cui la mamma cuciva un orlo fantasmagorico per abbellirli, e che le cugine e le figlie delle amiche riconoscevano immediatamente come propri (Mamma, guarda, Palma ci ha i calzoni che tu avevi buttato!). Comprendeva il bagno fatto solo la mattina della domenica. Comprendeva il deodorante spruzzato sopra i maglioncini, che s’infeltrivano e si macchiavano. Comprendeva il divieto d’usare il bidet (che Palma fino a quattordici anni aveva creduto essere il recipiente dove si lavavano i piedi).
Palma passava spesso i suoi pomeriggi affacciata alla terrazza che dava sulla via trafficata. Guardava il mondo e non capiva. Le macchine correvano avanti e indietro sulla strada e… come facevano a non scontrarsi?… Scontro frontale, ripeteva la mamma, è mortale, non prendere mai la macchina, Palma! Un pomeriggio, Palma aveva capito – o almeno aveva creduto di capire – che la striscia bianca in mezzo alla strada serviva a dividere le macchine! Da una parte vanno in su, dall’altra vanno in giù! Ecco perché non si scontrano! Ho capito! Il mondo le era apparso meno incomprensibile, era riuscita ad impadronirsi di una chiave che glielo faceva sembrare meno estraneo! Era corsa subito dalla mamma a dirglielo, pensando che anche a lei finalmente il mondo sarebbe apparso meno spaventoso.
La mamma aveva fatto una risataccia ed aveva negato. Non era mica vero, che la striscia bianca serviva a dividere le macchine. Non era mica vero che le automobili marciavano secondo un ordine. Le auto marciavano a caso. E si scontravano frontalmente. Che cosa pensava, Palma, di aver avuto un’idea geniale?
Palma era tornata in terrazza, avvilita. Eppure, le era parsa un’idea così carina…
E gli specchi.
C’era una bambina, dentro lo specchio. Magra, con gli occhi fondi e il naso lungo. Aveva uno scamiciato di lana grigia, come lei.
A un cero punto Palma aveva capito. Quella bambina era lei!
Era corsa a dirlo alla mamma.
La mamma aveva fatto una risataccia e aveva negato. E come faresti, tu, a vederti su un pezzo di vetro? Dimmelo, come sarebbe possibile? Quello è un quadro, Palma, quella bambina è la nipote di una mia cugina a cui volevo molto bene. Come fai a essere tu? Credi che tutto il mondo giri intorno a te?
Ma si muove, mamma, aveva detto Palma fiocamente. Si muove quando mi muovo io.
E’ un ologramma. Un quadro che si muove, aveva riso sua madre.
E se io voglio vedere come sono fatta?… aveva provocato la bambina.
Non c’è modo, aveva soffiato sua madre, continuando a lavorare a maglia.
Non potresti farmi una fotografia?
No, non ho la macchina fotografica. Non ho i soldi per comprarla e in tutti i modi non la comprerei per te.
Non potresti farmi fare un ritratto? Come quello che ho visto, della figlia di tua cugina?
Non c’era stata risposta.
Che fine ha fatto, quella bambina? Aveva voluto sapere Palma.
La madre aveva riso. E’ morta! E l’aveva guardata, ridacchiando.

A diciotto anni se n’era andata, anche se nessuno della famiglia aveva capito perché.
S’era diplomata all’Istituto agrario e aveva trovato un lavoro in un’azienda agricola vicino Bevagna. Vicino al Lago dell’Abisso.
Il Lago dell’Abisso, profondissimo specchio d’acqua, alimentato da una polla risorgiva. Quindici metri di profondità, colore blu intenso, circondato da fosche leggende.
Quando faceva caldo, scendeva dal trattore e andava a riposarsi sotto ai pioppi, vicino al lago. Uno specchio rotondo e turchese, in cui le piaceva rimirarsi.
Talvolta si addormentava vicino al lago e sognava.
Sognava di non essere lei. Le pareva di essere una creatura sottile e scura, che sorvolava a gran velocità i mari, le campagne e le città e si specchiava in tutti gli stagni del mondo…

giovedì 25 settembre 2008

La quadratura del cerchio


Susanna e il cerchio
Inserito originariamente da susannucciauccia

Il mio professore di geometria mi fa fare ogni sorta di figure, mi disse una volta mio fratello Martino. Mi è tornato in mente codesto calembour alla lettura di un romanzo regalatomi da mia cugina Margot, Il cerchio (Gaja Cenciarelli, Empirìa Florida, 2003). Leggendolo mi è scoppiato un gran mal di testa. Cominciamo bene, si dirà. No, il mal di testa non è dovuto al fatto che il romanzo sia noioso o astruso, ché invero non è né l’una né l’altra cosa, anzi: è una di quelle storie che attacchi a leggere e non molli più finché non hai finito, per cui i familiari ti vedono vagare per casa mangiando un biscotto-libro in mano, lavando i piatti-libro-appeso allo scolapiatti, e via così. Certo, non si può dire che sia semplicissimo da capire, ma non è da lì che rampolla il mal di testa.
E’ che la storia rende proprio l’idea della nevralgia.
Oltre che della geometria.
Riassumiamo: due amiche, Sara e Viviana, da un po’ di tempo non si frequentano più perché Viviana rifiuta Sara, si sconosce il perché. Una retta, da Sara a Viviana.
Sara convive con il paziente e sensibile Gabriele, che le prepara squisiti manicaretti mentre lei è al lavoro. Triangolo: Sara, Viviana e Gabriele.
Il luogo dove lavora Sara è la fiera del mobbing: principale bastarda, colleghe maldicenti e anche lievemente troie - per dire l’orribil cosa com’è - condizioni ambientali (aria condizionata a manetta) a dir poco malsane, che forse sono le responsabili dei lancinanti mal di capo della giovane Sara. Forse. (Io non credo, ma non anticipiamo con interpretazioni premature). Solo due cose piacciono alla nostra eroina: il lavoro e la collega toscana Alessandra (ed ecco che siamo al quadrato).
Due eventi stressanti campeggiano nella grigia vita di Sara: l’inspiegabile (inspiegabile?) rifiuto dell’amica Viviana di frequentarla e l’insistenza di Gabriele e di Alessandra nello spingerla a lasciare il lavoro, che, a loro dire, è causa delle sue emicranie. Ma Sara non vuol licenziarsi, ha paura di cambiare. Lo ripete sempre, che non ama i cambiamenti. Da adolescente, in contemporanea alla sua prima mestruazione, sua madre è morta e lei ha sempre legato la perdita della mamma al cambiamento: sono diventata una donna e la mamma è morta! (succede sempre così, la mamma muore simbolicamente; solo che questa è morta davvero).
Sara tempesta di SMS l’amica Viviana, senza esito. Del resto, Sara sta sempre china sul cellulare: quando era fidanzata con Gabriele lo tempestava di messaggi, scocciando di brutto gli amici che si sentivano leggermente esclusi; al lavoro smessaggia Viviana in continuazione, infastidendo le colleghe. Tenera amica? Forse; ma quando qualcuno le si avvicina troppo, lei lo rifiuta. Difende ad oltranza il suo lavoro, vi è talmente attaccata (qualsiasi sia la ragione) che rifiuta anche le amiche e il compagno, se tentano di convincerla a lasciarlo e a cambiare.
Quando Alessandra si licenzia e, in un tentativo di gran finale, vorrebbe trascinarla con sé, Sara per il nervosismo le ride in faccia, umiliandola e rovinandole l'uscita trionfale, dinanzi alle colleghe mignotte. Rifiuta la cena che le ha preparato Gabriele la sera, quando lui le fa notare che ha bistrattato Alessandra e che il lavoro le sta rovinando la salute. Alla fine, si scopre che è quella la ragione per cui l’amica Viviana non si fa più vedere: che le aveva trovato un altro lavoro e Sara lo aveva rifiutato astiosamente, sentendosi invasa nella sua privacy.
Ma era proprio vero che il lavoro le rovinava la salute? Forse gli amici di Sara preferivano crederlo, per non interrogarsi più a fondo sulle sue nevrosi (occuparsi seriamente di un’amica è faticoso, lo sapete? Meglio trovare una causa esterna. Mal di testa che schianta? È colpa del condizionatore d’aria tenuto troppo alto, voila, lo spegnamo, oppure le facciamo cambiar lavoro e lei magicamente sta bene!).
Quando Viviana finalmente si decide a risponderle, la fa distrarre mentre attraversa una strada e una Panda rossa la tira sotto; mentre sul display del telefonino appare beffarda la scritta “VIVI”, Sara muore.
E il cerchio (che ogni tanto si liquefaceva fino a sformarsi tentando di diventare un quadrato) si chiude. Termina il caleidoscopio di geometrie…

Molti anni fa, in un romanzo giallo della Mamma, lessi la frase accorata "...tante cose sembrano!" Ecco, a me questo romanzo ha dato angoscia - e forse era questo il fine - perché mi è apparso come un girotondo di discorsi fatti attorno a qualcuno (la Sara) di cui non interessava ad alcuno conoscere l'identità e i problemi. Tante cose sembrano... Tante idee ci facciamo su chi ci sta vicino, ma il nostro apparente sodalizio con loro può terminare bruscamente (di tempo non ce n'è mai) senza che nemmeno abbiamo capito chi sono, cosa amano, di cosa hanno paura.

martedì 22 luglio 2008

Fuori tutti!


Extra omnes
Inserito originariamente da susannucciauccia

La storia di Emanuela Orlandi è un pasticcio di dimensioni stratosferiche, mi pare d’averlo già detto. Tutte le volte che se n’è parlato, si sono tirati in ballo tutti i misteri italiani possibili e immaginabili (e anche qualcuno poco immaginabile), dalle trappole di Monsignor Marcinkus e dello IOR (la Banca del Vaticano, alla faccia di Cristo che caccia i mercanti dal tempio a calci in culo) alla morte di Roberto Calvi a Londra, dai gruppi turchi d’estrema destra ai servizi segreti bulgari, dalle potenze del blocco comunista pre-Gorbaciov alla Banda della Magliana e ci manca solo l’attentato di Ustica e la strage di Portella della Ginestra, ma non ci giurerei che qualcuno non ci butti dentro anche quelle. Già da prima che se ne occupasse “Chi l’ha visto?” ci si sono cimentati registi ed eminenti giornalisti e a me almeno (ma io sono una micia, non faccio testo) mi hanno lasciato sempre con una sensazione mista d’irrealtà, inganni pre-confezionati senza nemmeno troppa cura e noia mortale.
Secondo me lo fanno apposta per farti stufare; ma non vorrei che mi si tacciasse di dietrologia da due euro, come fa mio fratello Edoardo, l’avvocato (che è notoriamente perfido e che, non ci giurerei, in qualche modo è coinvolto).
Credo di averci capito qualcosa di più leggendo il libro di Gaja Cenciarelli, Extra omnes. L’infinita scomparsa di Emanuela Orlandi, pubblicato dalla Casa Editrice Zona due anni fa.
Perché “Extra omnes”? E perché “infinita scomparsa”?
Infinita scomparsa. Bella frase. Un po’ inquietante, fa pensare a un gioco di specchi, al palazzo del Mago dell’Orlando Furioso, dove credevi di vedere la persona che cercavi, ma quando ci entravi dentro ne scorgevi un lembo dileguarsi attraverso porte, saloni e corridoi, e alla fine eri costretto ad uscire… per rivederla da fuori, in finestra, che ti chiamava…

Gaja Cenciarelli non pretende di scrivere l’ultima parola sul caso Orlandi, ma ne dà un affresco completo, che io ho capito così (e correggetemi se sbaglio).
In Vaticano, negli anni Ottanta, c’era di tutto. Sacerdoti onesti, sacerdoti corrotti e, soprattutto, due correnti: quella che auspicava un colloquio con i paesi del blocco comunista e quella, guidata da Papa Woytila, che invece alle nazioni sovietiche aveva dichiarato guerra. Entrambe si avvalevano di mezzi leciti ed illeciti per giungere ai loro obiettivi e non disdegnavano servirsi della Banda della Magliana per fare l’eventuale lavoro sporco. Ovviamente una corrente intendeva mettere in difficoltà l’altra e forse il rapimento di Emanuela a questo è servito: il ricatto di una parte del Vaticano all’altra… Ed Emanuela ci si è trovata innocentemente in mezzo: forse è stata rapita da una delle due correnti vaticane per poter ricattare l’altra, chissà. O forse per collegarla surrettiziamente all’attentato al Papa, avvenuto due anni prima (e col quale, ormai è stato appurato, non c’entrava nulla).
Ovviamente Extra omnes non chiarisce il mistero (non l’ha chiarito nessuno, finora), anche se suggerisce il coinvolgimento vaticano (e di alte sfere) nel titolo: Extra omnes, Fuori tutti!, la frase canonica che si pronuncia prima della proclamazione dell’elezione di un nuovo Papa…. Tuttavia non è solo questo il fine dell’autrice, giacché il suo non è il solito saggio sugli italici misteri, ma il tentativo di captare una voce lontana che viene dagli anni dell’adolescenza. La sua propria voce, quella di Emanuela che non ha mai conosciuto, quella dell’amica Chiara di cui si rimprovera, forse ingiustamente, l’abbandono? Sentiamo la sua voce: “… Invece Emanuela non la conoscevo, ma appena vidi il manifesto all’angolo tra Corso Rinascimento e Corso Vittorio Emanuele II, davanti alla chiesa di Sant’Andrea della Valle, provai uno strano sentimento di identificazione con lei. Era scomparsa a due passi da casa mia. Pensai, e se fosse successo a me? Poteva anche succedere a me….”
Il libro alterna brani autobiografici a densi capitoli relativi alla scomparsa di Emanuela, sempre però mantenendo la focalizzazione interna nell’identificarsi con la fanciulla scomparsa (tanto che, a un certo punto, mi sono detta alé, adesso questa salta fuori a rivelare che Emanuela è lei! Ovviamente, non lo fa. Sarebbe stato uno scoop, però). E la perdita dell’amica Chiara (di cui viene informata dopo anni, non c'è pena maggiore, secondo me...) le fa capire lo strazio che devono aver provato i genitori di Emanuela nell’averla perduta.
Troppo struggente per definirlo un saggio, troppo puntuale per definirlo un’autobiografia, Extra omnes sfugge e si nega alla classificazione. Suggerisce certe cose che – credo volutamente – lascia incompiute, come la musica di un film di cui non ricordi titolo e trama…

(Gaja Cenciarelli, Extra omnes. L'infinita scomparsa di Emanuela Orlandi, editrice Zona, 2006, E. 15)


mercoledì 25 giugno 2008

Emanuela e Sonia


falla girare
falla girare
così che tutti la possano vedere…

Che c’entra? Cos'è che devo far girare? Una cosa alla volta, voglio fare un post ad anello (come la coda del mio defunto fratello l’Ingegnere) e poi vi dirò cosa vorrei far girare. A parte gli zibidei; quelli già girano abbastanza di loro.

Dunque, nel giugno del 1983, a Roma, sparisce una ragazzina di quindici anni. La ragazzina si chiamava Emanuela Orlandi ed era una cittadina del Vaticano. La cosa fa clamore, compaiono manifesti con la sua foto, il Papa dell’epoca fa un appello, uno sciagurato turco che due anni prima aveva attentato alla vita del Pontefice comincia a dire che lui sa chi l’ha rapita, favoleggia di servizi segreti bulgari e così via.
Passano gli anni e la ragazzina non torna.
Un paio d’anni fa circa la trasmissione
"Chi l’ha visto?" manda in onda un servizio su di lei. Hanno trovato nella loro segreteria telefonica il messaggio di un tizio che dice che, se vogliono sapere qualcosa sulla ragazzina, devono fare due cose:
- andare a vedere chi è sepolto in una cripta della chiesa di Sant’Apollinare a Roma (vicino piazza Navona);
- scoprire che favori aveva fatto alla Chiesa cattolica Enrico De Pedis (detto "Renatino"), il trucibaldo capo della Banda della Magliana, assassinato nel 1990.
I giornalisti di "Chi l’ha visto?" scoprono che sepolto a Sant’Apollinare c’è il medesimo Renatino e rimangono un po’ perplessi: un delinquente? Seppellito nella chiesa insieme a santi, benefattori e gente di tal fatta? Un po’ curioso, no? Indagando, vengono a sapere che la sepoltura era stata autorizzata dal Cardinale Poletti, perché Enrico De Pedis era stato un "benefattore della chiesa che aveva avuto a cuore soprattutto la crescita umana e cristiana dei giovani". Che cosa gli insegnava a fare, a usare il Kalaschnikoff? … Sia come sia, mi par di ricordare che la cosa finisce in Parlamento, e la Chiesa in pratica "si avvale della facoltà di non rispondere", cioè dice in pratica che chi seppellisce nelle sue chiese sono fatti suoi e lo Stato non se ne deve curare.
"Chi l’ha visto?" prosegue il servizio per varie puntate, cercando (e non sempre riuscendovi, perché dev’essere un pasticcio colossale) di mettere ordine nei vari avvenimenti legati alla scomparsa di Emanuela: il coinvolgimento del cardinale Marcinkus, ex-capo dello I.O.R. (la banca vaticana), coinvolto, negli anni Ottanta, nel crack del Banco Ambrosiano, in cui era avviluppato anche un banchiere poco onesto, Roberto Calvi; legami con la Massoneria e qualche sua loggia deviata, come la P2 di trista memoria, capeggiata da Licio Gelli; relazioni con la mafia siciliana e con il suo cassiere Pippo Calò…
E’ un casotto di dimensioni stratosferiche, in cui è difficile orizzontarsi perché ci sono coinvolti tutti quanti (ah, scordavo i Servizi Segreti e la Decima MAS di Junio Valerio Borghese, che ci sta sempre bene), se ti ci avvicini troppo fai una brutta fine e, oltre tutto, molti dei suoi protagonisti sono morti: il banchiere Calvi è stato trovato impiccato a Londra nel 1982, il cardinale Marcinkus, mandato dal Vaticano a fare il parroco in America sua patria, è morto qualche anno fa di morte naturale.
Ora sono passati venticinque anni dalla scomparsa della ragazzina, Emanuela. La famiglia ancora ci spera, che sia viva da qualche parte.
La vedo buia e sapete perché?
Io non so chi vi sia coinvolto, non sono un giudice. Però mi sembra abbastanza lampante che la Chiesa di Roma c’entri in qualche modo. Magari non tutta; nel Vaticano ci sono correnti sotterranee che si agitano e spesso lavorano l’una contro l’altra. Tuttavia, la Chiesa sta, come sempre, cercando d’insabbiare la cosa, ritenendo che i reati che all’interno di essa si commettono siano di sua pertinenza, non di pertinenza dello Stato.
Ma se i reati sono commessi all’interno dello Stato italiano, direi che questa posizione non è tanto sostenibile. O no?
E un’altra cosa ho trovato tristemente comica.
Qualche giorno fa, la stampa ha dato la notizia che Sabrina Minardi, l’ex donna di Renatino, ha detto che Emanuela è stata rapita dalla Banda della Magliana, dietro ordine di qualcheduno al Vaticano, e che è stata uccisa.
E’ chiaro che queste asserzioni devono venire vagliate. Tutte le asserzioni devono essere suffragate da prove. La Minardi potrebbe essere una mitomane, di certo ha fatto uso di stupefacenti (e, a giudicare dall’intervista che rilasciò a "Chi l’ha visto?", nella quale parlava biascicando, ho il dubbio che ne usi ancora); ma potrebbe anche dire il vero. O mischiare invenzioni a cose vere, che ne so. Questo, debbono essere i giudici a stabilirlo. Comunque, la cosa patetica è stata vedere come la notizia è stata diversamente trattata dai vari telegiornali della sera. Solo il TG3 e La7 hanno parlato del Vaticano, di Marcinkus e del fatto che il capo della Banda della Magliana è sepolto in una chiesa di Roma; hanno elegantemente glissato il TG1, il TG2 e il TG5, i quali si sono dilungati sui manifesti appesi per tutta Roma, hanno detto qualcosa della Banda della Magliana, ma non hanno mai nominato il Vaticano! Uno di essi, non ricordo quale, addirittura non ha fatto nemmeno menzione del fatto che la ragazzina era cittadina vaticana…

(Volete saperne di più? Leggete il libro Extra omnes di Gaja Cenciarelli, Editrice Zona, Arezzo, Euri 15).

Andiamo in un’altra città e parliamo di un’altra ragazzina. Sonia Marra.
Sonia Marra era una ragazza pugliese che lavorava a Perugia. Aveva, credo, venticinque anni. E’ scomparsa nel novembre del 2006, da Perugia e da allora non se ne sa nulla. Si è venuto a sapere solo che negli ultimi suoi giorni conosciuti era preoccupata perché aveva fatto un test di gravidanza.
Non se ne parla, però, perché Sonia Marra lavorava presso la Scuola di Teologia a Montemorcino, che almeno inizialmente non ha dato grande aiuto nelle indagini: un prete, addirittura, interpellato per telefono da una giornalista di "Chi l’ha visto?" (Ilaria Mura, se non sbaglio), si è rifiutato di collaborare e ha detto alla giornalista "Ci sentiamo tra qualche giorno… ma se non telefona è meglio!" ...
Alla televisione non l’hanno detto a chiare lettere, ovviamente, ma c’è il sospetto che Sonia avesse una relazione con un prete e che il tizio abbia perso la testa quando ha saputo che Sonia era incinta e l'abbia accoppata…
Qualche mese dopo è stato rinvenuto uno scavo, nei terreni di Montemorcino, che pareva una tomba. Non vi è stato trovato nulla, eccetto un elastico di spugna per legarsi i capelli che la sorella di Sonia ha ipotizzato potesse appartenere alla ragazza (che, a quanto pare, ne usava molti). Non c’è di fatto nessuna prova che qualcuno della Scuola di Teologia possa esservi implicato… ma allora, perché non se n’è saputo più niente? Sembra che alla faccenda sia stata messa la sordina.
La sorella di Sonia è stata ricevuta dal Vescovo, che le ha assicurato che, se c’è un prete assassino, la Chiesa non intende di certo proteggerlo. Questa mi sembra una posizione ragionevole: la chiusura ed il rifiuto di collaborare, per me, attirano ancora di più l’attenzione. I membri di qualsiasi associazione, io credo, non devono essere difesi a tutti i costi, solo perché fanno parte di quell’associazione. Anzi, secondo me dovrebbe essere l’associazione stessa che espelle da sé un elemento deviato…
Ma io, si sa, sono una micia. La mia Mamma mi dice sempre che qualsiasi associazione, ivi compresa la Chiesa cattolica, non vuole difendere i valori che dice di difendere, ma vuol costituire un gruppo di potere e vuol dare agli altri gruppi il seguente messaggio
"Io faccio quello che mi pare e tu non mi puoi fermare, non puoi dire niente. E se provi a dirmi qualcosa, te lo sbatto in faccia, che io ho il potere di farlo e tu no"
L’ideologia sottostante è spesso un puro pretesto. Il Verbo di Cristo, la difesa della classe lavoratrice, la difesa dei valori della patria… puoi scegliere dal catalogo quello che ti suona meglio, ma l’atteggiamento dell’ostentazione del potere è sempre il medesimo.
E qui ritorno alla tesi iniziale. Facciamole sapere a tutti, queste cose. Io da sola non ci riesco perché il mio blog non lo legge quasi nessuno, ma se cominciamo a linkarci a vicenda può darsi che le cose si risappiano, che girino… Raccontiamola a tutti la storia di Emanuela, e raccontiamo anche la storia di Sonia Marra…

falla girare
falla girare
così che tutti la possano vedere