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martedì 23 settembre 2008

Il nome della Zucca

I codici dell’oro amaro, di Jessica Master-Johnson, ed. Sonasega, 1999

Una ricetta smarrita, due uomini, un segreto racchiuso in una cripta, una storia sui segreti di cucina ambientata nei sotterranei di un’abbazia alto-medioevale e nei vicoli rossi di una Ferrara senza tempo.

Questo ho trovato scritto sulla copertina di un libro prestatomi dalla dolce Aysel (la danzatrice del ventre Fabiamaria Baldoncini Bellaveglia), che ha l’hobby dei romanzi esoterici, da lei divorati tra uno yoghurt e un cartone di latte (ricordo al popolo che Fabia è proprietaria di una latteria in riva al lago). A me i romanzi esoterici non garbano, anzi, vi confesserò che mi stanno proprio sul culo, e Fabia lo sa; ma mi ha assicurato che questo sarebbe piaciuto persino a me.

Quando, durante uno scavo per disseppellire dodici bottiglie di vino del Bosco in una cripta dell’Abbazia di Pomposa, la giovane Florette Catian de Clérambault (che sembra il nome d’arte di un’attrice porno e invece lo è) rinviene uno scheletro, si sente assalire con forza da un oscuro presentimento, che la riporta ad un passato di violenza, roghi e massacri. Un mistero più profondo della tomba la avviluppa allo scorgere misteriosi simboli incisi nella cripta, ed ha la sensazione che riaffiori dalla terra gelida un passato ed un segreto atroce che doveva rimanere sepolto per sempre….

Boia, e che avrà trovato mai, la giovin mignotta? Mi sono messa a leggere lo scalcinato romanzo, che inizia con un’orgia alla Eyes wide shut, completa di maschere e succinti costumi neri stile sado-maso, organizzata dal rampollo di una famiglia della Ferrara bene (fortuna) in un antico casale trasformato in agriturismo a cinquecento metri dall’Abbazia di Pomposa. Tra spinelli e tiri di coca, viene organizzata una demenziale caccia al tesoro, con tanto di indizi nascosti nei posti più atroci, finché la giovane pornodiva, condotta da una mappa vergata su un rotolo di carta igienica celeste a tre veli, scopre delle ossa umane sepolte nella cripta dell’Abbazia. Inorridita, tenta la fuga, ma viene inseguita da minacciose ombre nere (che non ci vuol tanto a sospettare che sono i frati, secondo me) e viene massacrata, dopo due giorni d’inseguimento, a colpi di salama da sugo. Il suo partner cinematografico di prodezze sessuali, che vuol vederci chiaro, fingendosi interessato alla vita monastica riesce a penetrare (attività in cui deve essere piuttosto ferrato) nell’Abbazia di Pomposa in qualità di novizio. Nel corso delle giornate, dedicate alle sacre letture e al confezionamento di cappellacci alla zucca, il nostro eroe (che è stato assegnato alle cucine) coglie misteriose allusioni del cuoco ad un’antica faida che oppose, nel Cinquecento, religiosi mantovani a ferraresi circa il contenuto del ripieno dei cappellacci: la rivalità con il Convento delle Monache Brigidine Scialite di Pegognaga di Mantova, che sostenevano di essere loro a possedere la vera autentica e unica ricetta dei cappellacci alla zucca. Che, asserivano le feroci monache, non chiamavansi cappellacci bensì tortelli, e che contemplavano nel ripieno non solum la zucca ed il parmigiano, sibbene eziandio gran copia d’amaretti sbriciolati…

A questo punto, ho avuto il vago sospetto che Fabia mi stesse prendendo per i fondelli.
Orbene, il prode pornodivo riesce (non prima di essere stato ripetutamente sodomizzato dagli amanuensi) a smascherare i colpevoli degli eccidi perpetrati nel corso degli anni nei sotterranei dell’abbazia: il bibliotecario e il direttore della Schola cantorum, entrambi ferraresi DOC, i quali volevano impedire che si venisse a scoprire il Codex Tortellianus, un antichissimo manoscritto donato loro dai Templari nel XII secolo. Purtroppo per loro, il codice riportava l’autentica ricetta del ripieno dei cappellacci o tortelli e, con grande scorno dei ferraresi, prevedeva l’uso degli amaretti nell’impasto!

Dopo essere andata da Fabia e averle battuto il libro in capo, mi sono procurata le due ricette… che immantinente vi propongo, dichiarando la mia personale predilezione per la versione mantovana, ma chiarendo che la versione ferrarese non fa mica ribrezzo… (e se andate a Ferrara e passate da Luca, alla gastronomia "Le cose buone", ne avrete la riprova).

Cappellacci di zucca alla ferrarese
Ingredienti: 1 sfoglia ottenuta impastando 500 g di farina e 5 uova Per il ripieno: 1 kg di zucca gialla 150 g di grana grattugiato zucchero noce moscata sale. Per il condimento: 1 kg di carne di maiale tritata grossolanamente 200 g di salsiccia sbriciolata, 100 g di pancetta, 1 cipolla, 1 carota, 1 gambo di sedano, 300 g di passata di pomodoro, 2 cucchiai di concentrato di pomodoro, 2 dl di olio extravergine di oliva, 1 bicchiere di vino bianco secco, 70 g di grana grattugiato, sale e pepe

1) Preparate il ragù: tritate la cipolla, la carota e il sedano e metteteli a rosolare in una casseruola con l'olio extravergine. Intanto tritate grossolanamente la fetta di pancetta e, non appena gli odori saranno appassiti, aggiungetela al soffritto con la carne di maiale e la salsiccia. Lasciate rosolare, quindi unite il vino e fatelo evaporare.
2) Diluite il concentrato di pomodoro in un mestolino di acqua tiepida e versatelo nella casseruola unitamente alla passata di pomodoro, salate, pepate e lasciate cuocere a fuoco lento per 1 ora e mezzo.
3) Preparate il ripieno: fate cuocere al forno la zucca, sbucciatela e privatela dei semi, passatela al setaccio e versatela in una ciotola, aggiungete il formaggio, un pizzico di sale, la noce moscata e, se necessario, un pizzico di zucchero. Mescolate per amalgamare bene tutti gli ingredienti. Il ripieno dovrà risultare ben asciutto.
4) Stendete la sfoglia e ricavatene dei quadrati di circa 7 cm di lato, mettete un cucchiaio di ripieno al centro, chiudetelo in diagonale pressando bene sui bordi
5) Fate cuocere i cappellacci in acqua salata e scolateli non appena vengono a galla. Accomodateli nel piatto di portata, conditeli con il ragù e il grana. Servite subito.

Tortelli di zucca alla mantovana (ripieno)
Ingredienti: 2 kg di zucca gialla dolce, 200 g di mostarda di frutta mista, 100 g di amaretti secchi, 4-5 cucchiai di parmigiano reggiano grattugiato, un cucchiaio di confettura di visciole (facoltativa), un limone, noce, moscata, sale.

1) Tagliate la zucca a pezzi e cuocetela in forno a 180° fino a quando, pungendola con una forchetta, risulterà tenera. Eliminate la buccia, mettete la polpa in un piatto, poi passatela al setaccio.
2) Raccogliete il passato di zucca in una tela garza e chiudete i 4 angoli.
3) Legate bene gli angoli, fissate il "sacchetto" su un cucchiaio di legno, appendetelo sopra uno scolapiatti e lasciate scolare la zucca per tutta la notte.
4) Il giorno dopo raccogliete il passato in una terrina, aggiungete un pizzico di sale, gli amaretti pestati finemente e il parmigiano.
5) Tagliate a pezzettini la mostarda e incorporatela al composto, poi unite anche la confettura di visciole, la scorza grattugiata del limone e una bella grattata di noce moscata.
6) Mescolate bene fino a ottenere un composto omogeneo e consistente: se risultasse troppo umido, aggiungete anche un po' di pangrattato, se poco dolce unite un cucchiaino di sciroppo di mostarda.




venerdì 2 maggio 2008

Le cose buone della vita


DSC_0033
Inserito originariamente da susannucciauccia

... sono anche quelle da mangiare (anche?...). Sono una pagana, mi pare d'avervelo detto N volte. Per questo vi raccomando questo locale.
Un negozio di pasta fresca come tutti gli altri?
Sembra.
Certo, se gli chiedi i cappellacci alla zucca (specialità ferrarese) o i classici cappelletti, te li fa anche nel sonno, sia chiaro.
Tuttavia, il look apparentemente dimesso del locale non deve trarre in inganno. Non è solo una gastronomia, bensì un laboratorio di sperimentazione culinaria.
Una fucina di rilettura della tradizione.
Vedi i celebri ravioli "Foresta Nera" (al radicchio e prosciutto tritato) che piacciono tanto all'otocione Jerry, tanto per dirne una.
O le crespelle vegetariane... o i dolci tipici re-interpretati.
A me piace molto entrare in quelle botteghe i cui proprietari si divertono a personalizzare i piatti della tradizione.
Mia sorella Megalo, qui, mi fa notare che io mi esalto solo quando si tratta di far pubblicità ai locali di roba da mangiare; e aggiunge, velenosa, che anzi: io mi faccio amica solo di gente che possegga botteghe di cibarie...
Gliel'ho detto che non deve frequentare mio fratello l'avvocato. Si lascia influenzare dalla di lui malevolenza.
Comunque, la bottega di cui vi parlo oggi si chiama "Le cose buone" (come si può abilmente intuire dalla foto; si trova a Ferrara, in via Ravenna 15/a (ovviamente, la strada per chi venga da Ravenna, ng ng ng!!!...). L'unica cosa negativa è che c'è poco posto per parcheggiare, lì di fronte.
Andate e sappiatemi riferire!

giovedì 15 novembre 2007

Gli Otocioni (seconda parte)

Il Ratto delle Sabine
Alla chitarra solista c’è un panda rosso, Fulgenzio Planciade Dixit. E’ nepalese e si è trasferito in Italia perché non ne poteva più degli italiani che venivano a visitare il Nepal per cercare la droga. Dice che qui a Perugia ne vede di meno. Di italiani, intendo. Non di droga. Quella, dice, è uguale.
Essendo omosessuale, convive saltuariamente con il suo rude fidanzato, Michelangelo Storace, per gli amici Er Pantegana, che possiede una bottega a Manciano Sabina in cui lavora il ferro battuto (fa le croci per i cimiteri e gli angeli per i cancelli dei medesimi, tanto per fare due risate). Il suo curioso soprannome deriva anche dal fatto che Michelangelo Storace è un ratto; la bottega di sua proprietà è infatti denominata "Il Ratto delle Sabine". Di musica non sa niente e niente vuole sapere: il suo unico hobby è il tiro al piattello.

Jerry e i "Foresta Nera"
Ho lasciato per ultimo il cantante solista perché è un otocione … ce ne voleva pure uno, nel gruppo, si chiama "Gli Otocioni", dopo tutto. Inoltre è il più tranquillo, che Iddio lo benedica. Si chiama Jerusalem Gebratmaryam (detto Jerry) e nella vita è il segretario ufficiale dell’associazione culturale "Vivere con lentezza".
Jerry proviene dall’Etiopia (è venuto col conestoga e ci ha messo sei anni e tre mesi). Il suo progetto è coniugare il rock con le raga indiane, cosa che lascia perplessi un po’ tutti quanti, ma lui è superiore a queste cose. Va matto per le frittate al dragoncello e per uno strano tipo di ravioli, detti i "Foresta Nera", che si fa venire da una gastronomia ferrarese che si fregia del titolo, semplice ma veritiero, de "Le cose buone". L’ha scoperta un’estate in cui era andato a Ferrara per il Festival dei Buskers. La bottega si trova in periferia, sulla via per Ravenna, ed è gestita da un amico dello Zio Panda e della Mamma (ecco come poi Jerry è approdato qui). Il nostro otocione ed i suoi amici vi erano entrati attirati dalle variopinte ciotole di cassata siciliana che il proprietario aveva in quel momento esposto in vetrina. Dopo un’orgia trimalcionica e collettiva a base di cassata, Jerry aveva adocchiato un vassoio di ravioli neri e aveva chiesto lumi; informato del fatto che trattavasi di ravioli al radicchio, denominati "Foresta Nera", aveva voluto assaggiarne un piatto con il ragù (e, dopo la cassata siciliana, ci voleva il coraggio suo). Folgorato come San Paolo sulla via di Damasco, aveva sottoscritto un abbonamento a vita con "Le cose buone" e si era anche offerto di esibirsi gratis nel locale ogniqualvolta Luca (il master of the house) lo avesse desiderato.