Perché "Il diario di Susanna"? Ibadeth è una fascinosa ramarra albanese, che ha ereditato il blog dalla sua migliore amica, la gatta Susanna, mancata all'inizio del 2010. Ibadeth è immigrata dall'Albania, approdata in Italia via gommone. Suona il violino in un complesso di liscio (i "Licaoni") ed è sposata con il suricate Tarquinius. Ha molti amici, tra cui una gatta che gestisce un sito curioso: http://umbriacuriosa.altervista.org/
sabato 7 maggio 2011
Le Vite dei Santi: San Moguinardo e il miracolo che non c'è
venerdì 27 agosto 2010
Diana
Molti fanno lavori che non vorrebbero fare e si consolano dicendo - a se stessi e agli altri - che è una situazione transitoria. Oppure saltano la fase giustificatoria e si proclamano direttamente attori, cantanti, registi, imprenditori e chi più ne ha più ne metta, come sosteneva Cicciolina. In taluni romanzi americani, ad esempio, nessuno fa la cameriera a New York, sono tutte attrici o cantanti che, in attesa della consacrazione nel firmamento dell'arte, fanno le cameriere, le lavapiatti, le segretarie... Si deve pur vivere, dice il mio amico Aristogìtone il licaone.
Maysa la lince è riuscita a trovare qualcuno che sostituisca Susanna sia nei "Licaoni del Liscio" sia negli "Otocioni". Veramente, lei l'ha scritturata per gli Otocioni, ma ha squisitamente insinuato che se è capace di suonare la chitarra ritmica in un complesso rock, tanto più sarà capace di cantare e fare due smorfie in una band di liscio. Lasciando da parte le lepidezze della lince, la giovane micia è stata assunta anche tra i Licaoni. Si chiama Diana Pagano, è siciliana ed ha cominciato la sua esistenza proprio male. Lanciata all'età di due mesi da un'auto in corsa in un giardino, fu salvata ed adottata da una famiglia che le dedicò le più amorevoli cure. Il veterinario stabilì che aveva un ematoma subdurale ed alcune costole rotte, probabilmente per i calci ricevuti in tenerissima età. Nonostante le truci premesse, la fanciulla sta benissimo, studia Architettura con scarsi risultati e sostiene di essere una ballerina: in realtà quando la lince l'ha pescata si esibiva nella danza del ventre in alcuni squallidi locali della periferia di Gela, per contribuire alle spese universitarie. Nella foto, infatti, potete vederla mentre volteggia in una coreografia con il doppio velo.
E' stata ben lieta di lasciare le esibizioni sicule per dedicarsi al rock e al liscio - non foss'altro perché per lo meno guadagna qualche soldo. Essendo figlia di un'insegnante di religione è assai cattolica: ma questo non le ha impedito di unirsi a noi nelle serate estive a base di vino bianco e canne (non palustri), sostenendo (è la regina della razionalizzazione) che l'alcool e la marijuana avvicinano al divino e sono fonte di profonde esperienze mistico-religiose...
martedì 9 settembre 2008
Michelangelo e le ... crociate
Lungi da me il disprezzare il povero ratto della Sabina, però. E’, a modo suo, un personaggio peculiare.
Uno è lo stigma di cui solitamente sono vittime i ratti: il termine “ratto” viene usato dagli umani con significato di “essere indegno, immondo, infido, infame” (tutti gli insulti cominciano per “i”, com’è?). Topo di fogna, si qualifica di solito un personaggio laido e meschino che tesse le sue trame nell’ombra puzzolente... Ebbene, proclama a gran voce Michelangelo Storace detto Er Pantegana, in primis io le cose le dico in faccia, se non mi vai a genio ti mollo anche un papagno – rigorosamente sul grugno, mai alle spalle -; e, in secundis (sì, non so com’è, ma parla pure latino), io sono pulitissimo e profumato. Anche troppo, talvolta: spesso i suoi concittadini lo apostrofano con la mitica frase “Ahò, a Pantegana, ma er profumo mica t'oooo se’ messo, ce se’ cascato drentro!”
L’altra missione nella vita di Michelangelo Storace è, a mio modo di vedere, ben più impegnativa. Er Pantegana è religiosissimo e non sopporta di essere escluso dalla comunità dei credenti solo perché omosessuale (“solo”, lo sbeffeggia Martino il rabbino, "ti paresse poco"). Pretende di fare la Comunione, di partecipare alle sacre rappresentazioni (nell’ultima stava vicino al bue e all’asinello, tra lo sconcerto degli astanti) e di portare il Crocefisso alle processioni. Dice che Nostro Signore non ha escluso nessuna delle sue pecorelle (“E se cce stanno le pecorelle, perché nun ce devo da sta’ io?” ha concluso sagace). E’ stata una dura lotta col parroco del paese, il quale, dopo lunghe, estenuanti e bizantine trattative, con sofismi degni della Kabbalah, ragionamenti capziosi e cavilli levantini, è stato convinto dal ratto a permettergli di esibirsi come crocifero alla processione del Corpus Domini. Michelangelo ha inseguito il sacerdote brandendo una croce di ferro alta due metri e che pesava quaranta chili, con riccioli, cartiglio e complicate incisioni (fatta da lui a bottega, of course) e l'ha calata a mo’ di mazza ferrata sul cranio del religioso, apostrofandolo con parole alate. “Si so’ frocio so’ cazzi mia!!!”, ululava (l'eleganza sulle ali di una farfalla), “Te nun ci hai la carità cristiana!!!” e giù una crociata. “Gesù ha cacciato li mercanti dar tempio, mica li finocchi, daje!”, “Te devi da esse er primo a dimostrà l’amore e la solidarietà pe’ lle creature de Dio!!!” e giù saracche stratosferiche con la croce, che stava cominciano a somigliare ad un’antenna televisiva dopo il passaggio dell'uragano Katrina.
Dette raffinate argomentazioni teologiche hanno persuaso il prete a consentirgli una molto limitata attività all'interno della locale parrocchia...
