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sabato 7 maggio 2011

Le Vite dei Santi: San Moguinardo e il miracolo che non c'è


Forse non tutti sanno che nel Lago Trasimeno, oltre alla Polvese, alla Maggiore e alla Minore, trovasi allocata una quarta isola nascosta fra le canne palustri, l'Isola Mediana, meta nell'alto Medioevo di devoti pellegrinaggi e pie processioni. Vi trovava ricetto infatti l'eremo del Beato Moguinardo da Val di Marte, poi santificato da Papa Sisinnio XVII  nel X secolo per meri motivi politici (come quasi tutti, del resto). L'Isola Mediana è stata a lungo percorsa, studiata ed immortalata dal Bimbo, che come sapete è dedito allo studio delle Vite dei Santi e dei Beati; non certo per devozione, sibbene per bieca e blasfema volontà di ricercarne la follia e l'inconsistenza.
La foto che vedete sopra ritrae la chiesetta dedicata a San Moguinardo da Val di Marte, noto nel corso del secolo VIII per l'assoluta incapacità di compiere un qualsivoglia miracolo ("Avete presente quello zoppo....? Be', è più cionco di prima. E quella fonte che da anni non gettava acqua...? Orbene, fratelli, continua a non gettarla"). Dietro la chiesetta si trova il Romitorio dei Frati Zoccolanti, Smoccolanti e Bestemmianti, che deve la propria denominazione ad un esemplare episodio che verificossi nel corso del secolo X, quando già era consolidata la fama del Santo e turbe di speranzosi pellegrini accorrevano a frotte sull'Isola Mediana per impetrare i prodigi che il Santo in teoria avrebbe dovuto fare - ma non faceva.
All'iracondo abate del Monastero si erano rivolti due poveri disperati, il falegname Crisafullio, che era balbuziente e pure un po' scemo (tanto per essere politicamente corretti) e il conciatore Porzio, che era storpio e si trascinava male per le vie del paese aiutato da un paio di consunte stampelle. L'iracondo abate promise loro di intercedere presso il Santo per consentire ai due lavoratori di ritrovare la salute del corpo e della mente e in una notte di tempesta li condusse nella chiesetta per celebrare il rito.
Bisogna tener presente tuttavia che l'abate, già incazzereccio per natura e vocazione, a causa delle forti tempeste che già da dieci giorni flagellavan l'isola Mediana era rimasto quasi del tutto privo di rifornimenti dalla terraferma e doveva adattarsi a mangiare i poveri prodotti che l'orto dei frati produceva; il che lo rendeva anche più iracondo del consueto.
Sotto un delirio di fulmini e tuoni, l'abate fece accomodare lo storpio e il balbuziente dietro l'altare della chiesetta e vi si pose davanti, pregando San Moguinardo di compiere il miracolo e di ridare la parola e l'uso delle gambe al balbuziente Crisafullio ed allo storpio Porzio ed invitando quest'ultimo a lanciare oltre l'altare prima una stampella, poi l'altra, per poi avanzare nella navata guarito e trionfante. All'invocazione: "O mano benefica del Santo, discendi sopra questi due nostri fratelli!" la seconda stampella volò attraverso la chiesa ed attirò un fulmine di proporzioni epiche, che si abbatté sull'altare incendiandone la preziosa tovaglia e quasi incenerendo l'iracondo abate; il quale poté salvare la pellaccia solo grazie a un poderoso salto che spiccò all'indietro, mentre da dietro l'altare si udiva un gran fragore e un urlo.
"Por... Por... Por...Por...."
Probabilmente trattavasi del balbuziente Crisafullio che cercava di chiamare il suo amico Porzio, ma l'urlo fece ulteriormente inferocire il già iracondo abate, il quale completò l'esclamazione a modo suo, mentre dall'abside veniva una voce sepolcrale:
"Por... Por...Porzio è ca... è ca... è cacaca... cascato!!!"

Due illusioni infrante in un colpo solo...

venerdì 27 agosto 2010

Diana


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Inserito originariamente da susannucciauccia

Molti fanno lavori che non vorrebbero fare e si consolano dicendo - a se stessi e agli altri - che è una situazione transitoria. Oppure saltano la fase giustificatoria e si proclamano direttamente attori, cantanti, registi, imprenditori e chi più ne ha più ne metta, come sosteneva Cicciolina. In taluni romanzi americani, ad esempio, nessuno fa la cameriera a New York, sono tutte attrici o cantanti che, in attesa della consacrazione nel firmamento dell'arte, fanno le cameriere, le lavapiatti, le segretarie... Si deve pur vivere, dice il mio amico Aristogìtone il licaone.

Maysa la lince è riuscita a trovare qualcuno che sostituisca Susanna sia nei "Licaoni del Liscio" sia negli "Otocioni". Veramente, lei l'ha scritturata per gli Otocioni, ma ha squisitamente insinuato che se è capace di suonare la chitarra ritmica in un complesso rock, tanto più sarà capace di cantare e fare due smorfie in una band di liscio. Lasciando da parte le lepidezze della lince, la giovane micia è stata assunta anche tra i Licaoni. Si chiama Diana Pagano, è siciliana ed ha cominciato la sua esistenza proprio male. Lanciata all'età di due mesi da un'auto in corsa in un giardino, fu salvata ed adottata da una famiglia che le dedicò le più amorevoli cure. Il veterinario stabilì che aveva un ematoma subdurale ed alcune costole rotte, probabilmente per i calci ricevuti in tenerissima età. Nonostante le truci premesse, la fanciulla sta benissimo, studia Architettura con scarsi risultati e sostiene di essere una ballerina: in realtà quando la lince l'ha pescata si esibiva nella danza del ventre in alcuni squallidi locali della periferia di Gela, per contribuire alle spese universitarie. Nella foto, infatti, potete vederla mentre volteggia in una coreografia con il doppio velo.

E' stata ben lieta di lasciare le esibizioni sicule per dedicarsi al rock e al liscio - non foss'altro perché per lo meno guadagna qualche soldo. Essendo figlia di un'insegnante di religione è assai cattolica: ma questo non le ha impedito di unirsi a noi nelle serate estive a base di vino bianco e canne (non palustri), sostenendo (è la regina della razionalizzazione) che l'alcool e la marijuana avvicinano al divino e sono fonte di profonde esperienze mistico-religiose...

martedì 9 settembre 2008

Michelangelo e le ... crociate

No, non tratterò di Medioevo o Rinascimento, “Canto l’armi pietose e il capitano…” o “Non ha l’ottimo artista alcun concetto…” (ogni tanto dovrò pur far vedere che ho studiato, no?). Michelangelo è Er Pantegana, il ratto di Manciano Sabina fidanzato di Fulgenzio Planciade Dixit, il panda rosso nepalese che, nella mia band rock nomata “Gli Otocioni”, suona la chitarra solista. Nel post in cui lo presentavo, informavo il popolo che Er Pantegana non c’entra nulla con gli Otocioni (al di fuori del suo legame col nostro chitarrista) e che nemmanco s’interessa di musica (sì, esiste anche gente di tal fatta), ma che il suo unico interesse, al di là del suo lavoro di fabbro cimiteriale, è il tiro al piattello.
Lungi da me il disprezzare il povero ratto della Sabina, però. E’, a modo suo, un personaggio peculiare.
Intanto è nota in tutta la Sabina la sua lotta senza quartiere contro due stereotipi.
Uno è lo stigma di cui solitamente sono vittime i ratti: il termine “ratto” viene usato dagli umani con significato di “essere indegno, immondo, infido, infame” (tutti gli insulti cominciano per “i”, com’è?). Topo di fogna, si qualifica di solito un personaggio laido e meschino che tesse le sue trame nell’ombra puzzolente... Ebbene, proclama a gran voce Michelangelo Storace detto Er Pantegana, in primis io le cose le dico in faccia, se non mi vai a genio ti mollo anche un papagno – rigorosamente sul grugno, mai alle spalle -; e, in secundis (sì, non so com’è, ma parla pure latino), io sono pulitissimo e profumato. Anche troppo, talvolta: spesso i suoi concittadini lo apostrofano con la mitica frase “Ahò, a Pantegana, ma er profumo mica t'oooo se’ messo, ce se’ cascato drentro!”
L’altra missione nella vita di Michelangelo Storace è, a mio modo di vedere, ben più impegnativa. Er Pantegana è religiosissimo e non sopporta di essere escluso dalla comunità dei credenti solo perché omosessuale (“solo”, lo sbeffeggia Martino il rabbino, "ti paresse poco"). Pretende di fare la Comunione, di partecipare alle sacre rappresentazioni (nell’ultima stava vicino al bue e all’asinello, tra lo sconcerto degli astanti) e di portare il Crocefisso alle processioni. Dice che Nostro Signore non ha escluso nessuna delle sue pecorelle (“E se cce stanno le pecorelle, perché nun ce devo da sta’ io?” ha concluso sagace). E’ stata una dura lotta col parroco del paese, il quale, dopo lunghe, estenuanti e bizantine trattative, con sofismi degni della Kabbalah, ragionamenti capziosi e cavilli levantini, è stato convinto dal ratto a permettergli di esibirsi come crocifero alla processione del Corpus Domini. Michelangelo ha inseguito il sacerdote brandendo una croce di ferro alta due metri e che pesava quaranta chili, con riccioli, cartiglio e complicate incisioni (fatta da lui a bottega, of course) e l'ha calata a mo’ di mazza ferrata sul cranio del religioso, apostrofandolo con parole alate. “Si so’ frocio so’ cazzi mia!!!”, ululava (l'eleganza sulle ali di una farfalla), Te nun ci hai la carità cristiana!!!” e giù una crociata. “Gesù ha cacciato li mercanti dar tempio, mica li finocchi, daje!”,Te devi da esse er primo a dimostrà l’amore e la solidarietà pe’ lle creature de Dio!!!” e giù saracche stratosferiche con la croce, che stava cominciano a somigliare ad un’antenna televisiva dopo il passaggio dell'uragano Katrina.
Dette raffinate argomentazioni teologiche hanno persuaso il prete a consentirgli una molto limitata attività all'interno della locale parrocchia...