martedì 26 aprile 2011

La triste storia del Beato Trafuschio da Campagna Bianca

La prossima domenica si celebrerà a Roma un rito pagano e sanguinario: la beatificazione di Karol Woytila, in arte Papa Giovanni Paolo II, con l'ostensione di un calice, dicono, colmo del suo sangue (bleeeeaaah!!!!).
E' cambiato forse qualcosa da quando, nell'Alto Medioevo, si verificavano ostensioni di arti mozzati, crani con occhiaie vuote, interiora carbonizzate e via schifeggiando? Sembrerebbe di no. Anche perché il personaggio che viene beatificato è quanto meno controverso ed appare chiaro che trattasi di operazione di marketing cristiano; ma tant'è, meno fedeli ci sono e più il Vaticano diventa arrogante e solletica i più beceri istinti dei pagani che credono di seguire la parola di Cristo.

Inutile dire che il Bimbo è guasto. La woytificazione ha scatenato in lui un astio furibondo che si è espresso nella pubblicazione di un altro episodio delle sue celeberrime Vite dei Santi e dei Beati, nelle quali scova e mette in berlina gli episodi che maggiormente mettono in ridicolo la religione e gli eccessi cui si abbandonarono personaggi dall'equilibrio instabile e dall'istruzione inesistente. Oggi ci presenta un edificante apologo sul Beato Trafuschio da Campagna Bianca.

Il mite anacoreta erasi rifugiato in un eremo sui monti fra le Valli Campiana e Castoriana et ivi conduceva vita ritiratissima e dedita alla preghiera et alla mortificazione della carne, etiamdio essendo vegetariano et schifando assaissimo salsicce, ciauscoli et pregiutti ke in detta zona si producono. Un dì, mentre Trafuschio se ne stava tutto dedito ad attività solitarie sulle quali il pio cronista non si sofferma, pregò la Divinità che si degnasse di dargli un compagno per abitare in detto luogo. Non appena ebbe finito la preghiera, uscì dall'eremo e trovossi davanti un orso, ke chinando il capo verso terra et non dando segno alcuno di ferocia, pareva mostrare di essere ivi per offrire i suoi servigi al pio anacoreta.
Ma appena l'eremita si fu avvicinato all'infame bestia, essa con grande iattanza et crudeltà zompogli addosso et sbranollo et lasciollo a terra del tutto disfatto e privo di qualsiasi vestigio di carne.
Da quel dì la pietà dei fedeli ivi accorsi al miracolo si materializzò in un mirabile cenobio che contiene una teca in cui sono racchiuse le ossa del pio servo di Dio, esposte allo sconcerto dei fedeli, et che con grande divozione viene curato et custodito dai devoti e dalle autorità....



martedì 19 aprile 2011

Quo vadis? Al Ponte Fonnaia!

La micia anoressica rumena Luminitsa Blerinca ha smesso di lavorare per l'immobiliare con cui collaborava due anni fa ed ora si è messa a fare la guida turistica per una piccola agenzia collegata al Museo Archeologico, la Quo vadis Escursioni (che secondo me come denominazione fa il paio con la "Viaggi senza ritorno", ma Arturo mi dice che sono malfidata). Solo che, dopo qualche settimana che lavorava lì, sul muro intonacato di fresco dell'agenzia è comparsa la seguente scritta:

                    
e la micia ci è rimasta molto male perché è convinta che sia rivolta a lei. Del resto, dopo le articolate esternazioni di certi esponenti dei partiti di governo (tipo "Stranieri foera di ball)....
Tuttavia ha continuato a fare il suo lavoro come niente fosse e ieri sono andata con lei unendomi ad un'escursione di russi condotti in visita nell'Umbria meridionale. Luminitsa li ha portati a Carsulae, ad Otricoli e al Ponte Fonnaia, presso Massa Martana, vicino alla Strada Statale 316 dei Monti Martani. Nei prossimi giorni ha in agenda una gita alle Gole del Forello e al Porto Romano sul Paglia, presso Orvieto.

Ecco cosa ci ha spiegato del Ponte Fonnaia.
Esso si trova nei pressi di Massa Martana. Costruito nel 220 a.C. da tale console Gaio Flaminio,  si chiama così (il ponte, non il console) perché sormonta un piccolo rivo tributario del torrente Naia e consente alla Via Flaminia di oltrepassarlo (per me, ci potevano riuscire anche a piedi, giacché il fiume non è proprio di portata epocale, ma va' a sapere, forse all'epoca era più gagliardo). E' una poderosa costruzione viaria, di 8-10 metri di altezza e 20 di larghezza, ad una unica arcata di 4 metri di luce, fatta di blocchi di travertino perfettamente squadrati e dotati di bugnatura (dice Luminitsa).
Nell’intradosso –  dicesi intradosso la parte interna dell’arco a tutto sesto – i blocchi, che si riducono di dimensioni nella parte superiore, sono squadrati e con accenno di faccia vista in bugnato rustico; l'arcata dispone di blocchi tagliati a forma di cuneo nel punto di imposta. L’arco sormonta una cornice, che sporge leggermente e si prolunga sia dentro il cunicolo, sia sulle spallette laterali. I fianchi del ponte sono eccezionalmente ben conservati e sono fatti di grossi blocchi di travertino che rivestono una struttura interna a sacco.
In molti blocchi si trova una scritta,  P II (o solo II): pare voglia indicare la cava di provenienza del materiale. Il ponte, come s'è detto, fu costruito dai Romani nel III secolo e restaurato in età augustea, nel 27 d. C. circa.  



(La foto non l'ho fatta io: ne ho scattate, quando ero lì, ma dato che l'età avanza e l'Alzheimer pure, non son riuscita a ritrovarle...)


venerdì 15 aprile 2011

La Nemesi


Il signore che vedete nella foto a sinistra è Benny, un vecchio gatto norvegese delle foreste, amico di Arturo il ragioniere (nelle foto a destra), che ieri è venuto nel suo studio per farsi fare la dichiarazione dei redditi. Mentre bevevano un ginseng e mangiavano una fetta di crostata ai ciclamini fatta dalle manine di Lucy K.K., commentavano una notizia di cronaca nera apparsa nel giornale locale, secondo cui una studentessa ventisettenne fuori corso, Marialaura ***, sarebbe stata trasportata all'ospedale della città con una commozione cerebrale dovuta, forse, ad un forte colpo sferratole sul cranio con un oggetto sconosciuto.
Benny si è detto non troppo stupito dall'episodio in quanto, a suo dire, tale Marialaura è talmente odiosa che è rimarchevole il fatto che sia arrivata a ventisette anni senza essere brutalmente eliminata, non che qualcuno lo abbia fatto (o tentato). Lucy K.K. ed Arturo hanno voluto sapere perché e Benny non s'è fatto pregare. A quanto pare, conosceva la Marialaura perché un anno o due prima frequentava una gatta persiana che viveva in casa della vicina della ragazza.
"Immaginatevi una ragazzina esile, biondina, con il muso un po' da topo, che parlava affannosamente e a velocità supersonica, e per di più con accento milanese; il padre era un ricco industriale non so se di Como, che la manteneva a studiare - o a far finta di: era iscritta a Scienze della Comunicazione - anche se nessuno capiva una mazza di quel che diceva - e a ventisei anni avrà fatto sì e no sette esami. Viveva con un finlandese di nome Paivio, di circa quarant'anni, che faceva parte di qualche Social Forum ed era un ecologista arrabbiato, fra l'altro vegetariano. Lei non faceva parte di nessuna associazione di volontariato, la sua giornata passava fra l'Università, il bar e i pub la sera..."
Il padre la manteneva pure benino giacché le aveva comperato una villetta a un piano, con un piccolo giardino, affondata in un vallone poco fuori della città. Lei ovviamente non si curava del giardino, era Paivio che ci piantava carote, zucchine, cipolle e probabilmente cannabis - ma la cosa non fu mai provata.
Un pomeriggio in cui Benny era lì, la gattina persiana che lui frequentava cominciò a sentirsi male, a sputar sangue e a contorcersi. Benny si mise a strillare e andò a grattare freneticamente alla porta della Marialaura, che uscì con un'amica e guardò la scena, allibita. L'amica non aveva il cellulare, Marialaura aveva sia cellulare (anche se scarico) sia telefono fisso, ma non fece nulla, si limitò a guardare l'amica che tentava di prestare soccorso alla gattina avvolgendola in un golfino e asciugandole il muso con uno Scottex. All'invito reiterato dell'amica a chiamare subito un veterinario, Marialaura esitò, e poi disse. "Povera miciotta! Un po' guarda se ci sono i suoi padroni" e andò con calma a bussare alla loro porta; ma nessuno rispose. Tornò indietro e: "Non ci sono" disse "Madonna, che si fa? Io il veterinario non lo chiamo di sicuro"
"E perché?" volle sapere l'amica allibita, mentre la micia sembrava stare sempre peggio.
"Ma scherzi?  se  il veterinario viene, lo devo pagare io. E se dopo i suoi padroni ritornano e non mi ridanno i soldi?"
L'amica sembrò pensarci su e trovare la risposta sensata, pur sembrando dispiaciuta per le sofferenze della micia, che morì dopo dieci minuti.

"L'hai ammazzata tu la Marialaura?" ha chiesto a questo punto la visoncina Lucy.
Benny ha scosso il capo. "No, non credo a questo tipo di vendetta" ha risposto, mentre Arturo e Lucy si guardavano di sottecchi. "Ma la Marialaura non s'è mica resa conto di quello che ha fatto. Per lei era assolutamente normale, tanto è vero che settimane dopo andava a raccontare la triste storia a tutti i suoi amici. Credo che qualcuno le abbia detto il fatto suo, ma non mi risulta che abbia sofferto di un qualsiasi ostracismo sociale per questo. Agli umani non interessano molto gli animali, lo sapete, no?"
"Altro che" ha bofonchiato Lucy. "Solo che a questo punto mi piacerebbe sapere chi è stato a scotennarla..."
"Lo vorrei sapere anch'io, per mandargli un regalo" ha ribattuto truce Benny. Nonostante prima avesse detto che non credeva nella vendetta.

sabato 9 aprile 2011

Navigando tra le perle di saggezza

E chi se lo ricorda che nome avevo dato alle chiavi di ricerca demenziali che conducono gli utenti sul mio blog?
E chi se lo ricorda in quale post ne avevo parlato?
E chi mi assicura ch' io non abbia a ripetermi?
Sapete che vi dico? Poco male. Comunque, ecco alcune perle di saggezza distillate dagli improvvidi navigatori della blogosfera.

Caccia al cinghiale squadra Sandokan: nel Borneo c'è pieno così, di cinghiali...
Porchetto di Santa Lucia: la Santa, invidiosa del collega Antonio, ha voluto anch'ella un suinetto da esibire nelle feste patronali ...
Voglio iscrivermi a Comunione e Liberazione: ce n'è di pervertiti, a giro.
Mia madre è scema: anche la mia.
Quando ero anoressica andavo in bicicletta: ora che mangio come un lotro mi sono dedicata a sport più estremi, tipo i tuffi dal trampolino con l'uniciclo.
Il pitone può stare con la marijuana?: a questa domanda esistenziale non so rispondere. Interpellerò qualche biscia locale.
Piastrelle riproducenti muri: che spreco di quattrini.
Diario di un antisociale: "Caro diario, quanto tempo che non ti scrivo! Oggi ho dato fuoco al nonno paralitico. E' stato esaltante vederlo riacquistare repentinamente l'uso delle gambe e sentire le fervide invocazioni che elevava a divinità zoomorfe..."
Decreto-legge sulle gomme infernali: oddìo, ne fa di leggi bizzarre e al limite della moralità, il nostro governo, ma questa mi mancava...
Piedi puzzolenti, cosa fare: lavarli no?

E adesso entriamo nel tunnel della pornografia.

A Urbino facciamo un pompino: è una specialità locale?
Pompino solista: con obbligo di secondo pompino?
Scarpe per castrare: sarebbe forse meglio un trinciapollo.
Evirazione con stivali: idem come sopra.
Scoparsi la leva del cambio: un misto di sconfortante solitudine e scioltezza muscolare...
Troie fresche e pompate: il "pompate" ci può anche stare; quello che mi lascia perplessa è il "fresche"...
Tranquillanti per incularla: ce ne sono di appositi? Cioè, uno va dal farmacista e chiede la ricetta dell'Inculaben o del Sodomix?
Ragazze che s'infilano petardi nel culo: poi accendono?...
Diciottenne inculata per il suo compleanno: non sanno più cosa regalare. I giovani d'oggi ormai hanno tutto...
Girini scene erotiche: batracopedofilia, insomma.
Area bestemmie: un po' come la zona per fumatori?

E ora le gioie della famiglia!

Racconti di una suocera lesbica: Scoprii solo in tarda età la mia più autentica vocazione, ragazzi...
Racconti di una mamma incestuosa che l'ha preso in culo dal figlio: nel senso che il rampollo la ha ingannata o l'ha proprio messa come suol dirsi a pecora?
La mamma mi fa una sega: nel senso che sei scarsamente interessato alle di lei recriminazioni o che ella indulge a scriteriate masturbazioni nei tuoi confronti?
Cugina ti sodomizzo: è ottocentesca la richiesta, però.
Pompino dalla zia: dai, tesoruccio bello, adesso la mamma esce, ma tu rimani con la zia Ines che ti farà una bella merendina e dopo un bel pompino...
Zia chiava: e beata lei.
Sono stato sodomizzato dalla zia: cotesta zia è una piaga.

E dopo questa bella carrellata di scemenze, mi son ricordata come le avevo chiamate: La Chiave!
Sempre a proposito di chiavate, peraltro.


giovedì 31 marzo 2011

L'erba del vicino e i vicini di Erba

Io non sono una che legge tra le righe. Di solito mi accontento di leggere sulle righe e già faccio fatica. Però l'altra sera, mentre con mio marito Tarquinius, la micia Diana, Aristogìtone il licaone e Filòstrato il pipistrello cieco (la nostra band di liscio al completo) stavamo guardando su RAI3 "Chi l'ha visto?", ho cominciato anch'io a fare come suol dirsi della dietrologia.
Si vede che l'altra sera non avevano tanti scomparsi da esibire perché la puntata era incentrata su casi vecchi e bacucchi, su uno dei quali, a mio modesto parere, c'era anche poco da dire: la cosiddetta strage di Erba, accaduta se non ricordo male nell'inverno di cinque anni fa.
A me piace "Chi l'ha visto?". Non lo considero un programma eccellente perché ogni tanto, come dire, scivola, ma lo seguo volentieri, anche se noto che spesso - non sempre, ma spesso - la Sciarelli o il regista, non so, fanno intravedere dietro taluni servizi una sottile propaganda politica. Non dico che la ricerchino scientemente o che sia il loro principale obiettivo, ma quando gli capita non si negano, diciamo: i servizi sulla scomparsa di Sonia Marra o sull'assassinio di Elisa Claps avevano, come fine sicuramente secondario, l'intendimento di mettere in cattiva luce la Chiesa (cosa buona e giusta, peraltro). Le puntate dedicate all'omicidio del povero Federico Aldrovandi facevano apparire in una luce sinistra le forze dell'ordine (giustamente, in quel caso). Non che ci sia alcunché di male, di solito io concordo con la linea politica del programma e la cosa non mi disturba più di tanto. Lo scorso mercoledì, tuttavia, non ho capito a che pro hanno mandato un lungo servizio sulla strage di Erba, avvenuta, se non vado errata, cinque anni fa, in cui gli assassini sono stati smascherati, beccati, inchiodati e sono pure rei confessi. Ci manca veramente solo il filmato di loro che squartano, fracassano e intanto salutano la telecamera.
Boh.
All'epoca non seguii molto il caso, non era uno di quelli che mi affascinassero molto, ma l'altra sera ho ascoltato tutta la storia per la prima volta. Suppongo tutti conoscerete la vicenda: Olindo Romano e Rosa Bazzi, una coppia di antisociali morbosamente attaccati l'uno all'altra, massacrarono la famiglia dei vicini di casa (una giovane madre col suo bimbo ed un'altra vicina accorsa alle urla, tal Valeria Cherubini) e, se fosse stato per loro, avrebbero accoppato anche il di lei marito Frigerio, che però scampò alla mattanza. Motivi: la famiglia della giovane donna uccisa faceva spesso rumori che gli assassini giudicavano intollerabili (all'epoca si diffuse un truce distico che recitava così:

I vicini fan schiamazzi?
Chiama Olindo e Rosa Bazzi!)



Ad inchiodare definitivamente la bieca coppia fu la testimonianza del Frigerio, il quale accusò il vicino di essere stato lui a fare secchi tutti quanti. La parola del superstite alla strage fu la prova regina, ma erano state ravvisate numerose altre evidenze che indicavano i Romano come fortemente implicati nella faccenda. E allora?
Allora boh.
Diana, mentre pescava da una ciotola di croccantini (il dimagrimento seguito all'operazione non è durato molto), ha fatto notare che non aveva capito che tesi volessero portare avanti gli autori del programma. Raccontare una storia d'antan? Ogni tanto lo fanno, quando non sparisce nessuno e la Sciarelli non sa di che parlare.
Aristogìtone, che è saggio, ha ipotizzato che ce l'avessero con il patologo, tale dottor Pascali, che nel caso di Elisa Claps ha commesso degli errori clamorosi non analizzando il DNA sugli indumenti della ragazza morta (non si sa se per cialtroneria o per malafede), che ha confuso i reperti relativi a due casi che non c'entravano nulla l'uno con l'altro (un capello di Alberica Filo Della Torre è stato trovato fra le prove relative all'assassinio del piccolo Samuele Lorenzi!) e che era stato interpellato anche per il caso di Erba (sul quale non ricordo quale macello epocale abbia combinato).
Il pipistrello Filòstrato è cieco, ma è convinto di vederci benissimo e si ostina a guardare la televisione (ignoro quale sia lo scopo della manfrina). Non so che piacere ne tragga, anche perché per vedere i programmi si appende su una trave della stanza a testa in giù; Tarquinius dice però che la situazione italiana è talmente incasinata che la sua visione delle cose vale quanto la nostra.
In tutti i modi, ha fatto un'ipotesi allucinante: gli autori di "Chi l'ha visto?" non volevano mettere in dubbio la sentenza circa i coniugi assassini, ma far notare un particolare strano. Anzi, nemmeno tanto particolare, dice il pipistrello. Un particolare macroscopico, la testimonianza del superstite Frigerio. Prima accusi uno sconosciuto, poi ritratti e punti il dito contro il vicino di casa. Il Frigerio, appena risvegliatosi all'ospedale con fasce, cerotti, bende e cannule infilate in tutti gli orifizi, dapprima non accusò Olindo e Rosa: disse - o meglio rantolò - che l'assassino era un giovane alto, olivastro e dai capelli neri e ricciuti. Solo una ventina di giorni dopo si sovvenne che l'omicida era il suo vicino di casa Olindo Romano.
A che pro?
Vuoi vedere, ha detto Filòstrato, che il Frigerio è implicato nel delitto? E come, ho chiesto io. S'è accordato con Olindo e Rosa? Non credo, ha risposto il pipistrello. Olindo e Rosa sono sicuramente gli assassini della giovane madre e del suo piccino; ma supponi che, quando sono entrati nell'appartamento e hanno cominciato a menare botte a dritta e a manca, il Frigerio e la moglie, che abitavano al piano di sopra, siano scesi attirati dal fracasso e li abbiano trovati che se le suonavano di santa comunione. Il Frigerio si butta nella mega-rissa e già che c'è ne approfitta per stroncare la moglie. Si accorda poi con Rosa e Olindo per rendere una falsa testimonianza che allontani i sospetti da loro, si fa dare una mazzata in testa per rendere più verosimile la cosa e poi s'inventa la favola del tizio olivastro e ricciuto.
E allora perché venti giorni dopo ha accusato Olindo? ha voluto sapere Aristogìtone. Che ne so, ha risposto il pipistrello. Sarà andato storto qualcosa. Avrà cambiato idea. Aristogitone ha obiettato che in tal caso, Olindo lo avrebbe certamente contro-accusato...
Non essendo riusciti a venire a capo dell'intricata questione, abbiamo riattizzato il fuoco (sarà pure primavera, ma le notti sono fredde) e ci siamo bevuti una tisana di liquirizia e camomilla raccolte da Lucy K.K. la scorsa estate e messa a seccare in un'anfora di coccio.

giovedì 24 marzo 2011

La triste storia della nave Sémillante

E questa è la storia che, seduta di fronte ad un minuscolo cimitero, ho raccontato la scorsa domenica a Pinca e Pallina.
Nel 1853 la Russia, bramosa di estendere la sua influenza sul Mar Nero e sul Mediterraneo, dichiarò guerra alla Turchia. Pensava evidentemente di spicciarsela in pochi mesi, ma il conflitto si trascinò per parecchi anni (Vedi il giudicio uman come spesso erra!) e ne fecero le spese i poveri abitanti della Crimea - perché mica erano sceme, la Russia e la Turchia, che combattevano sul proprio suolo. Visto che la faccenda non si schiodava, sia la Russia sia la Turchia si misero a cercare freneticamente alleati: la Francia, l'Inghilterra e il Regno di Piemonte (e capirete) si schierarono con la Russia, dopo avere fatto bene bene i conti per vedere se gli conveniva.
Questo è l'antefatto.

Nell'inverno del 1854 una corvetta diretta in Crimea partiva da Tolone e passava per la Corsica. Nell'attraversare le Bocche di Bonifacio, la nave fece naufragio presso le Isole Lavezzi, ma l'equipaggio riuscì a salvarsi e fu ospitato per qualche giorno a Bonifacio, presso gli abitanti del luogo, fino a che non arrivarono mezzi dalla Francia e sia soldati sia marinai furono riportati allegramente (si fa per dire) in patria.
Il 14 febbraio dell'anno dopo settecento uomini, tra cui gli stessi militari scampati al disastro (non gli era bastata, evidentemente), salirono sulla nave Sémillante, con la stessa destinazione: Odessa, in Crimea.
La mattina del 15 febbraio la nave si trovava di nuovo nei pressi delle Bocche di Bonifacio dove, tanto per mutare, si scatenò una tremenda tempesta. e si addensò una fittissima nebbia. Probabilmente la Sémillante perse il timone e a mezzogiorno (benché la caligine fosse tale che pareva mezzanotte) fu trascinata a folle velocità verso le Isole Lavezzi, dove si sfracellò. Cadaveri e rottami furono spinti verso le isole vicine e, quando la tempesta si placò e gli abitanti compirono il pietoso ufficio di raccogliere i defunti, riconobbero parecchi di quegli ufficiali che avevano ospitato qualche mese prima, quando erano scampati all'altro naufragio. Quando si dice la sfiga... io non credo al destino, ma certo viene da pensare che qualcuno avesse decretato che quei poveretti dovessero morire proprio lì, schiantati nel Mediterraneo, che di solito passa per un mare tranquillo ed accomodante.
Solo 560 corpi furono ritrovati e sepolti nel cimitero di una delle Isole Lavezzi.
Le gemelline mi guardavano allibite; Tarquinius borbottò che, se questi tizi erano diretti in Crimea, era altamente probabile che facessero in ogni caso una brutta fine...

(Se volete leggere la storia scritta da qualcuno che ha più garbo di me nel narrare, leggete il capitolo intitolato "L'agonia della Sémillante" in Lettere dal mio mulino, di Alphonse Daudet. E se volete vedere una bella foto cimiteriale scattata da una simpatica blogger, cliccate qui:










lunedì 21 marzo 2011

All'ombra dei cipressi e dentro l'urne



Ricordate Pinca e Pallina, le due infanti gemelline amiche della Bimba? Tempo fa si erano dedicate ad esperimenti scientifici di alto livello - e tale era l'altezza che nessuno lo capiva, che erano esperimenti scientifici. Indi i loro interessi s'erano spostati verso la musica ed avevano iniziato a prender lezioni d'armonica a bocca - finché non s'erano ingoiate lo strumento e le loro esibizioni avevano assunto un che di surreale. Adesso pare si siano dedicate alla letteratura: Pinca scrive haiku (e capirete che ci vuole), Pallina invece vuole ambiziosamente dedicarsi ai carmi di tipo politico e sociale e si sta documentando per scrivere un'opera dall'esilarante titolo Dei Sepolcri. Nutro qualche vaga perplessità sull'originalità del progetto, ma mi sono ben guardata dall'esprimerne alcuna e domenica ho accompagnato, insieme con Tarquinius, le due ineffabili bambine in giro per i piccoli cimiteri dimenticati dell'Umbria.
Il cimitero che vedete nella foto sopra si trova presso l'Abbazia di Parnacciano e credo che non vi venga sepolto alcuno da tempo immemorabile, ma era proprio quello che cercava Pallina (pare che l'opera in spe Dei Sepolcri debba essere interattiva e contenere anche foto e notizie sui luoghi in questione). Ci siamo accampate di fronte al ridente luogo, abbiamo aperto un tavolino pieghevole, apparecchiato e mangiato il cibo che ci eravamo portati da casa (torta al formaggio con capocollo, nel vano tentativo di dare un che di pasquale ad una situazione che, stante il freddo becco, appariva piuttosto natalizia). Pinca scriveva degli haiku sui tovagliolini, Pallina illustrava il piano dell'opera. Sembra che il carme Dei Sepolcri (mah) debba contenere una riflessione sul valore civile delle tombe (mmmmhhhh) ed una panoramica delle sepolture di personaggi che hanno dato lustro alla patria (ommamma). A me tutto ciò non suona, diciamo, frutto dell'originale elaborazione della piccina, ma lei sembra convinta di creare qualcosa di unico ed originale ...


Un piccolo abbraccio di marmo
che serra con affetto di ruggine
le ossa putrefatte di un villaggio


declamava intanto Pinca, mentre Tarquinius si strozzava con il capocollo e spariva dietro i cespugli, ricomparendo alcuni minuti dopo pallido e barcollante. Io ho smesso da tempo di far caso alle stranezze che combinano le due pargole (così come ho rinunciato a capire chi è Pinca e chi Pallina... anche perché esse stesse lo ignorano); e per distrarre Pinca dall'estemporanea composizione di haiku cimiteriali, ho pensato di raccontare loro la strana storia della nave Sémillante... anche se pur sempre di sepolture si tratta.