Perché "Il diario di Susanna"? Ibadeth è una fascinosa ramarra albanese, che ha ereditato il blog dalla sua migliore amica, la gatta Susanna, mancata all'inizio del 2010. Ibadeth è immigrata dall'Albania, approdata in Italia via gommone. Suona il violino in un complesso di liscio (i "Licaoni") ed è sposata con il suricate Tarquinius. Ha molti amici, tra cui una gatta che gestisce un sito curioso: http://umbriacuriosa.altervista.org/
domenica 13 giugno 2010
Cornalba Ultraviolet
giovedì 10 giugno 2010
domenica 6 giugno 2010
Le strutture di Volusia
I carcerati sono liberi di circolare all'interno di Volusia perché la città è cinta da solide mura e sbarrata da robustissime porte. Quando la donnola Aurinca Lacusta è stata accompagnata a Volusia dalle guardie carcerarie perugine, è stata cordialmente scaricata all'entrata e le è stato consigliato di seguire le indicazioni dei cartelli stradali, che sono ben tenuti, aggiornati ed offrono, come si vede dalla foto a destra, informazioni assai circostanziate.
venerdì 4 giugno 2010
Volusia
In Umbria c'è una terza provincia, di cui solitamente nella cartine si tace. E' la città di Volusia, che è un po' come Anagoor... solo che non è che la gente si accampi intorno alle mura per tentare d'entrarvi.
Nella foto potete ammirare (?) la porta di Volusia. Se pensate che non sia un gran che, aspettate di aver visto l'interno della città e vi ricrederete. Volusia è il luogo dove vengono spediti coloro che hanno commesso un crimine, hanno passato un congruo periodo di tempo in galera e sono ora reputati meritevoli di contribuire al benessere della regione lavorando nella città. E' lì che ai primi di giugno è stata trasferita Aurinca Lacusta, ve la ricordate? la cuoca moldava che dimorava a casa di Ibadeth e Tarquinius l'anno scorso, soffriva di concretismo (era incapace di comprendere le metafore e pigliava tutto alla lettera) e, volendo preparare una teglia di strozzapreti, aveva tentato di strangolare il vecchio buon parroco di Casemasce. L'anziano religioso s'era difeso stordendola con un tabernacolo d'argento del Seicento e aveva chiamato i Carabinieri: la povera cuoca era stata condotta in carcere e processata dopo qualche mese.
Le autorità ritengono che a Volusia possa estrinsecare compiutamente la propria opera a vantaggio della comunità. La città, come vedremo, è bella ed accogliente, fornita di tutti i servizi essenziali e non, e riceve dal Governo parecchie sovvenzioni che le consentono di migliorare gradatamente il benessere e la comodità degli abitanti.
mercoledì 2 giugno 2010
Bagni di vento
Ieri Tarquinius ed io abbiamo accompagnato Lucy K.K. che doveva presentare le sue marmellate ad alcuni agriturismi umbri.
Premesso che negli ultimi anni in Umbria ci sono più agriturismi che case normali, non è un fenomeno che mi dispiaccia: mi metterebbe molta più tristezza girare per le campagne e vedere vecchi casolari in rovina invasi da fichi pertinaci e ortiche palestrate. Che c’entra, preferirei vedere casolari in piena attività, ma se codesto non si può avere, ben vengano gli agriturismi. Quello però che abbiamo visitato ieri – e che potete ammirare in foto - è veramente peculiare. Si chiama “La pescolla” (che credo significhi “la pozzanghera”) ed è gestito da una volpe ed una faina… il che avrebbe forse dovuto metterci sull’avviso… ma le due hanno subito acquistato vari chili delle marmellate di Lucy, per cui non ci siamo messi a formalizzarci troppo.
La volpe si chiama Lavinia Sottocasa e viene da Roma; la faina si chiama Ascalona Brambilla e viene da Milano. L’agriturismo è segnalato da una sfranta freccia di legno che annuncia criptica “Teatro del Bruttomale Meditativo” e spedisce in mezzo a sentieri sconnessi e forre invase da acqua stagnante. Nell’atrio dell’edifizio si viene accolti da miriadi di candele accese e dépliant che offrono corsi e specialità varie, quali bagni di vento, impacchi di fieno, infusi di pisciacane, vino di fungo, digiuno terapeutico, corsi di sassoterapia e meditazione etrusca mediante l’abbraccio degli alberi.
Mentre tornavamo a casa, Lucy ha commentato diplomatica che ciò che l’agriturismo offriva le era parso insolito; quando ci siamo fermati a comperare del vino (d’uva, stavolta, non di fungo) presso un altro agriturismo, abbiamo appreso altre gesta delle due intrepide imprenditrici. A noi Ascalona Brambilla aveva detto che era stata dirigente d’azienda nel Milanese e che s’era licenziata per ritrovare una dimensione dello spirito più consona ai ritmi naturali; ma ci hanno informati che era dipendente della Microsoft ed era stata cacciata a calci nel sedere perché si serviva delle sue conoscenze informatiche per inserirsi nelle caselle di posta altrui, cambiar loro la password e organizzare false vendite di Ipad.
Lavinia Sottocasa, dal canto suo, era reduce da un anno e tre mesi di carcere. Pare avesse lavorato a lungo in un’associazione di volontariato, chiamata “I Liutai”, che raccoglieva fondi organizzando banchetti nelle piazze delle città, fermava la gente che passava e chiedeva loro “una firma contro la violenza” (oltre, ovviamente, ad un sostanzioso versamento in denaro, lasciando intendere agli sbalorditi passanti che, avendo firmato, sarebbe stato il caso che versassero, altrimenti…). Pare che l’anno scorso un coraggioso viandante le avesse chiesto a chi diavolo venissero spedite le “firme contro la violenza” e che la volpe, infuriata da tanta mancanza di fiducia, lo avesse aggredito con lo stendardo dell’associazione pacifista procurandogli ferite lacero-contuse al lobo occipitale sinistro.
venerdì 21 maggio 2010
I tristi calici

domenica 9 maggio 2010
Tra Corso Vannucci e il West
“Anch’io ho un piccolo mistero casareccio da raccontarti” mi ha detto ieri Maria Grata Li Greci, la candida micia siciliana che fa l’anestesista e la danzatrice del ventre nel tempo libero. O il contrario, a seconda della prospettiva.
Eravamo a pranzo nei pressi dell’ospedale, lei era in pausa ed è venuta con me a mangiare un piatto di croccantini presso il triste bar dell’Ospedale Silvestrini.
Ero studentessa all’Università, ero venuta dalla Sicilia, stavo a pensione presso il gattile di Collestrada e avevo fatto amicizia con un’altra gatta siciliana di nome Rosa, che veniva da Messina. Rosa studiava filosofia e spesso si accompagnava con discutibili figuri. Non che fosse una gatta poco seria, sia chiaro, sospetto solo fosse afflitta da una cronica insicurezza e probabilmente bisogno d'affetto, che la spingeva sovente a mescolarsi con tipi che avrebbe fatto meglio a lasciar perdere. Durante la nostra amicizia, che non è sopravvissuta agli anni dell’Università, ne ha cambiati alcuni, che a me parevano uno peggiore dell'altro.
Il più simpatico di loro, e quello che è stato più a lungo con lei, era un suo compagno d’università, che si chiamava Mike Di Prinzio ed era americano. Era un tasso, diceva di venire da Newark, dove era nato e vissuto con la sua famiglia, ovviamente originaria dell’Italia meridionale, credo dell’Abruzzo – il nonno era emigrato in America negli Anni Venti, mi pare, ma i genitori di Mike erano nati a Madison, nel New Jersey, e la madre di lui non conosceva una parola d’italiano. Erano una famiglia molto snob: il padre era direttore di banca, la madre gestiva un’agenzia immobiliare e avevano mandato il figlio a studiare in Italia per conoscere la terra dei suoi avi.
Questo è quello che andava affabulando Mike. Rosa diceva che un giorno o l’altro sarebbe andata con lui in America a conoscerne la famiglia e la cosa la metteva un po’ in apprensione. Rosa era una gatta semplice e simpatica, studiava con un buon profitto, ma non aveva ambizioni di far chissà cosa con la sua laurea. Soprattutto, non sapeva cucinare, il che la faceva sentire abbastanza insicura -pare che la madre americana di Mike fosse una cuoca sopraffina. Mascherava la sua insicurezza con una perenne vivacità che si scontrava con un analogo atteggiamento, condito da aggressività, da parte di Mike: erano simpatici, ma diciamo che andavano presi a piccole dosi, perché erano brillanti, spiritosi, facevano battute a raffica, cantavano, ballavano e non di rado litigavano furiosamente per ore davanti a tutti.
Un giorno si lasciarono. Qualche tempo dopo, Rosa mi confidò, in gran segreto, che non ne poteva più di Mike perché, tra le altre cose, era un bugiardo patologico. Pare che non fosse affatto americano, ma che provenisse da un paese in provincia di Teramo, Martinsicuro, altro che Madison; che i suoi genitori possedessero lì un mini-market e non avessero nemmeno la terza media. Che in America non ci avesse mai messo piede.
Rimasi sconcertata. Mike aveva convinto anche me: parlava bene l’italiano, ma con un plausibilissimo accento americano e talvolta incappava in plausibilissimi errori. Peraltro, parlava inglese alla perfezione. Come sarebbe a dire che era di Teramo?
Ti giuro, mi diceva Rosa, era italianissimo, come me e te. Di Prinzio Michele. Non ha mai voluto farmi conoscere i suoi perché sarebbe crollato tutto il suo castello di balle. Avrei visto che sua madre vendeva stracci e scope in un negozietto, che parlava dialetto e che era grassa e sciatta, che suo padre era un simpatico grezzone con i baffi a manubrio che passava metà giornata in canottiera ad affettare mortadella alle casalinghe abruzzesi.
Mi chiedevo, stupefatta, perché Mike si fosse preso il disturbo d’inventare un edificio di menzogne così elaborato. Forse aveva capito che le studentesse perugine erano esterofile e voleva diventare popolare? O forse s’era sempre condotto così, non distinguendo la realtà dalla fantasia e riuscendo persino ad ingannare i professori universitari, che cercavano d’aiutarlo agli esami ed erano più generosi, in considerazione del grande sforzo d’un giovane straniero che tenta di esprimersi in una lingua non sua? Non lo seppi mai, perché Rosa non volle mai scendere in particolari, nonostante mie reiterate insistenze (“Chiedi a Sandra, fatti raccontare da lei tutti i retroscena, vedrai che ti farai due risate…”). Non incontrai più Mike Di Prinzio e raramente vidi Rosa, che dopo la laurea era andata a lavorare ad Arezzo in una ditta di alimenti per cani e gatti. Interpellai la nostra comune amica Sandra, che non si mostrò la gran miniera d’informazioni favoleggiata da Rosa: mi guardò sorpresa e mi chiese: “E perché Rosa ti ha mandato a chiederlo a me? Io non è che ne so tanto… so che Rosa m’ha detto che è italiano, che non è per niente americano e che le ha detto – ci ha detto - un mucchio di stronzate…”
Bon, le cose sarebbero rimaste lì, io mi sarei accontentata di etichettare Mike Di Prinzio come un bugiardo patologico e non ci avrei più pensato. Senonché, un giorno incontrai una mia amica che fa l’avvocato in centro e che si occupava di diritto dell’immigrazione. Per lavoro, quindi, frequenta parecchi stranieri e, benché non abbia mai avuto Mike come cliente, lo conosce, così come parecchi suoi amici. Pettegolando di questo e di quello, io arrivai a raccontarle la storia di Rosa e Mike e lei mi guardò con espressione stranita. Che stai dicendo, mi disse quieta, certo che è americano. Ha anche preso lezioni d’italiano da un’insegnante amica mia, quando è arrivato a Perugia. I suoi documenti non li ho mai visti, ma ho avuto a che fare con molti amici suoi, due o tre hanno vissuto con lui. E nessuno s’è sognato di dirmi che non sia americano...
Dopo avermi raccontato questa sconcertante storiella, Maria Grata si è alzata, si è spazzolata il camice e s’è avviata verso il suo reparto. Io le camminavo accanto impensierita e le ho chiesto come fosse andata a finire.
“Non è andata a finire” ha riso lei. “Mike non l’ho più visto. E in ogni caso non è che se vedo uno dopo tanti anni, lo saluto chiedendogli se è vero che quattro anni fa ha raccontato un sacco di balle. Rosa la sento, ogni tanto, ma dopo aver lanciato la bomba s'è ammutolita: rifiuta di parlarne e ripete come un mantra ‘ Chiedilo a Sandra, chiedilo a Sandra’ “
“La quale non ne sa niente” ho detto io ridendo.
“No, mi ripete di domandarlo a Rosa” ha sghignazzato Maria Grata, salutandomi all’ingresso del reparto.
