Perché "Il diario di Susanna"? Ibadeth è una fascinosa ramarra albanese, che ha ereditato il blog dalla sua migliore amica, la gatta Susanna, mancata all'inizio del 2010. Ibadeth è immigrata dall'Albania, approdata in Italia via gommone. Suona il violino in un complesso di liscio (i "Licaoni") ed è sposata con il suricate Tarquinius. Ha molti amici, tra cui una gatta che gestisce un sito curioso: http://umbriacuriosa.altervista.org/
lunedì 27 dicembre 2010
Presepe morente
venerdì 24 dicembre 2010
Natale 2010
giovedì 16 dicembre 2010
Un focolare preistorico, un monile e varie scuole di pensiero
domenica 28 novembre 2010
Chi ha visto Liriope?
martedì 16 novembre 2010
Disturbo di personalità paranoide…?
No, non voglio raccontare la solita barzelletta in voga tra gli psicologi della domenica o di altri giorni della settimana, quella che fa
"No, è lei, dottore, che mi odia!"
Questa, in breve, la vicenda. L’impiegato Arthur Johnson vive in una squallida periferia londinese, in un appartamento ben arredato, ordinatissimo e tirato a lucido (in cui peraltro entra solo lui, ma non si sa mai). La sua vita è rispettabilissima: egli lavora come impiegato in una ditta, non è sposato né ha relazioni con donne (non fosse mai), non beve (anche perché se no diventa aggressivo), non fuma, non frequenta nessuno: come dice lui "se ne sta per conto suo". E’ stato cresciuto dalla zia Gracie, che, apparentemente, lo ha allevato con amore dopo che la madre (che non ci pensava su due volte quando si trattava di giacere con un uomo) lo ha partorito, venduto alla sorella e abbandonato per sempre. Del padre, non è dato sapere; probabilmente la stessa madre di Arthur, qualora fosse stata interpellata al riguardo, non avrebbe saputo fornire precisi ragguagli sulla di lui identità. La zia Gracie, dunque, lo cresce amorevolmente (nel senso…), inculcandogli gran copia di sani valori: la sensazione di essere un reietto che deve riscattarsi dalla bassezza della sua nascita; l’odio per il sesso, la diffidenza verso le donne (ma anche verso gli esseri umani in generale, specie se di differente colore), il servilismo verso i "Superiori" di qualsiasi tipo, il fanatismo per la pulizia, il terrore dell’altrui giudizio. Dopo la morte della zia, Arthur rimane solo e sviluppa una simpatica abitudine: seguire una donna nel dedalo di viuzze delle periferie londinesi e strangolarla, traendone un immenso ed ineffabile piacere. Come minimo, direi io; ho sempre simpatizzato con il povero Arthur… Non si deve tuttavia pensare che egli sia contento di ciò: si rende conto che ammazzare le donne per strada è maleducazione, sa che cosa succede a chi fa ciò che lui ha fatto (non che ne provi rimorso, ovviamente, ha paura della legge); allora studia uno stratagemma per sfogare i suoi istinti e non pagarne le conseguenze. Avendo trovato, abbandonato nella spazzatura post-bellica, un manichino a grandezza naturale raffigurante una donna, lo porta nello scantinato del suo palazzo, lo veste con gli abiti della zia Gracie, ne fa la sua Dama Bianca protettrice e la strangola quando gli gira. Sistema semplice, ma efficace: la legge ti permette di uccidere qualsiasi cosa non sia fatta di carne ed ossa, ragiona Arthur, e con questo sistema va avanti per anni senza sentire il bisogno di uccidere…finché un giorno non arriva nel palazzo un giovane studente, di nome Anthony, che sta per laurearsi (in psicologia, tanto bene) e intanto fa del volontariato coi bambini del quartiere.
Il 5 novembre a Londra si ricorda un personaggio storico, Guy Fawkes, e si organizzano sagre in cui viene bruciato un fantoccio che lo raffigura. Il giovane Anthony, con i bambini e le mamme del quartiere, organizza una festa, al culmine della quale un manichino vestito da Guy Fawkes è bruciato; e indovinate quale manichino sono andati tanto bene a pescare? Ma la Dama Bianca di Arthur Johnson, ça va sans dire. Il povero Arthur arriva troppo tardi per impedire lo scempio. Furibondo, convintissimo che Anthony già da tempo nutra, per motivi di vicinato, del rancore nei suoi confronti, si vendica cominciando a sottrargli la posta dell’amante, una donna sposata che è indecisa se lasciare il marito e mettersi con Anthony o mollare Anthony e restare col marito. Così la faccio decidere io, ragiona Arthur, non ricevendo più risposte da Anthony, questa penserà che si sia stufato e lo manderà a cagare…. Intanto, però, il povero Arthur, privo del suo feticcio, è costretto ad uscire di nuovo in strada di notte per andare a cercare qualche preda da strozzare… e, senza saperlo, strozza tanto bene una vicina di casa (ma tanto accusano il di lei marito e Arthur la fa franca ancora una volta… ma non per molto). Come prosegue la storia non ve lo dico per tre motivi:
1) quello che interessa a me è la patologia di cui soffre Arthur Johnson;
2) vorrei avanzare un’ipotesi su qual è il ruolo del piccolo Albert (di cui nel libro non si parla,
3) il romanzo è bello, andate a leggervelo da soli, razza di pisquani.
(Paura di uccidere, s’intitola, è di Ruth Rendell, adesso la Editrice Fanucci ha preso a ripubblicare i suoi romanzi, ma spesso e volentieri gli cambia il titolo, quindi badateci).
Che cosa dice il DSM-IV del Disturbo di personalità paranoide?
Questi sono i criteri diagnostici:
A) Un quadro pervasivo di diffidenza e sospettosità nei confronti degli altri (tanto che le loro intenzioni sono interpretate come malevole), che iniziano nella prima età adulta e sono presenti in una varietà di contesti, come indicato da quattro (o più) dei seguenti elementi:
1)sospetta, senza una base sufficiente, di essere sfruttato, danneggiato o ingannato (come, senza una base sufficiente? Ma è vero!)2) è riluttante a confidarsi con gli altri perché teme che le sue confidenze possano essere ritorte contro di lui;
3) in tutti gli eventi, anche benevoli, scorge significati nascosti, umilianti o minacciosi (il che, per la maggior parte delle volte, è!)4) dubita senza giustificazione della lealtà o della fedeltà del partner, degli amici e dei colleghi;
5) porta costantemente rancore (grrrrrr!!!);
6) percepisce attacchi al proprio ruolo, anche se non sono evidenti agli altri.
E fa le medesime cose anche con il povero terapeuta che cerca di dargli una raddrizzata, naturalmente… Sintomi come questi sono abbastanza evidenti nel povero Arthur Johnson. Il suo stile di relazione con gli altri è rigido; quando tratta con qualcuno è perennemente timoroso di essere umiliato o preso in giro; è ossessionato dall’idea di fare bella figura; ha bassa stima di sé (la madre non l’ha voluto e per di più era una gran mignotta…), per cui è preoccupato dalle persone che, secondo lui, rappresentano il potere. Un giorno, per strada, viene fermato da una giovane che fa un sondaggio d'opinioni; Arthur le dà puntigliosamente tutte le informazioni che vuole e, dice l’autrice, quando vede che la donna ha preso nota di tutto si sente un po’ meglio… come a dire loro mi hanno controllato, loro ora sanno che sono una persona perbene… Odia e teme gli altri, ma proietta i suoi sentimenti al di fuori di sé: non è lui che odia, sono gli altri che ce l’hanno con lui. Ha fantasie di legami concreti e magici con gli oggetti (la Dama Bianca, oggetto in senso letterale e in senso psicologico)
domenica 14 novembre 2010
La misteriosa scomparsa di Liriope
venerdì 5 novembre 2010
Le vite dei Santi: il santissimo Frescone della Pergoletta
martedì 2 novembre 2010
Halloween od Ognissanti?
Io dicevo che non avevo nulla contro la festività in sé, ma che mi sembrava una massiccia operazione di mercato, una festa importata in Italia solo per indurre i ragazzini a buttare più soldi di quanti già non ne buttino in stronzate pseudo-horror e serate a tema stregonesco in discoteca - posizione sulla quale concordavano tutti gli astanti.
lunedì 25 ottobre 2010
Sedano nero e antichi mestieri
venerdì 15 ottobre 2010
Ariosi santuari e birra alle ghiande
domenica 10 ottobre 2010
Ali Ben Bhrutto a lu centru de lu munnu
lunedì 4 ottobre 2010
Le poesie di Iris
martedì 21 settembre 2010
Restauro del centro storico di Volusia
Sul prestigio nutrivo invero qualche dubbio, dopo aver saputo che alla cerimonia avrebbero preso parte eminenti (?) personalità del Governo, tipo Bondi, Tremonti e la Gelmini in persona; ma abbiamo risolto il problema evitando del tutto di mangiare prima dell’evento, in modo da non dare indecoroso spettacolo di noi davanti alla variegata popolazione volusiana.
Dopo che il Direttore del carcere (ché quello Volusia è, non s’ha da dimenticare) ha condotto le personalità politiche e i giornalisti in giro per il centro storico, mostrando loro le antiche case restaurate ed abbellite

il perfetto stato della sicurezza in pieno ossequio alla Legge 626
ci siamo esibiti in un’oculata scelta di pezzi dal nostro repertorio (del tipo "In questo mondo di ladri", "A chi la do stasera" e "Vicious", sostituito però col sinonimo "Viscid").
Per finire in bellezza (???), Diana si è prodotta nella sua personale rielaborazione dell’Aria sulla quarta corda di Bach e del Te Deum di Charpentier con la vuvuzela; esibizione che è stata oltremodo gradita ai membri del Governo, che hanno dimostrato ancora una volta il loro gusto squisito ed il loro amore per l’arte e la cultura.
lunedì 13 settembre 2010
Fatto l'inganno, trovata la legge
Nella foto potete vedere Edoardo, l'avvocatone Sullivan, nel suo studio legale.
Edoardo, uno dei fratelli di Susanna, è penalista. Susanna lo presentò nel blog un paio d'anni fa, per cui non sto a ripetere le sue parole - peraltro assai poco fraterne - sul soggetto, cui lei attribuiva ogni sorta di nefandezze e frequentazioni malsane. E' una brava persona, se non annettete importanza al fatto che è l'avvocato di fiducia della Banda della Magliana, della Loggia P 2 e di Donato Bilancia (del resto, tutti hanno il diritto di essere difesi in un processo, nevvero?). Stamattina sono andata ad assistere alla prima lezione da lui tenuta alla Facoltà di Giurisprudenza, dove è titolare della cattedra di Clausole Vessatorie, un nuovo corso caldamente raccomandato da ambienti vicini a partiti di destra non meglio identificati. Edoardo ha presentato il Piano di lavoro dell'esame e dei seminari che intende tenere. L'aula in cui la lezione si svolgeva era affollatissima, forse a causa dell'approccio originale ad una materia farraginosa quale il Diritto Penale e fors'anche alla possibilità di riciclare le competenze ivi acquisite in campo lavorativo. Argomenti che verranno approfonditi nei seminari, oltre ovviamente alle clausole vessatorie, saranno le interpretazioni fraudolente, con particolare attenzione alla creazione di cose scritte in piccolo nei contratti, i cavilli nefasti, le leggi ad personam e i contratti capestro. Testo consigliato il Mavalà, dal titolo Qui lo dico e qui lo nego.
mercoledì 1 settembre 2010
Vuvuzela breaking balls
Ho come la tremenda suspicione che Diana per la nostra band di liscio sia stata un incauto acquisto, per così dire. Mi auguro di sbagliarmi, forse nel prosieguo della sua collaborazione con i Licaoni si rivelerà un elemento di spicco, ma l'altra sera un suo assolo dell'Adagio di Barber con la vuvuzela alla Sagra Musicale Etrusca ha lasciato gli astanti stronati e sconvolti.
(Nella foto Diana alla scrivania mentre studia per un esame di architettura dei materiali che dovrà sostenere a breve).
venerdì 27 agosto 2010
Diana
Molti fanno lavori che non vorrebbero fare e si consolano dicendo - a se stessi e agli altri - che è una situazione transitoria. Oppure saltano la fase giustificatoria e si proclamano direttamente attori, cantanti, registi, imprenditori e chi più ne ha più ne metta, come sosteneva Cicciolina. In taluni romanzi americani, ad esempio, nessuno fa la cameriera a New York, sono tutte attrici o cantanti che, in attesa della consacrazione nel firmamento dell'arte, fanno le cameriere, le lavapiatti, le segretarie... Si deve pur vivere, dice il mio amico Aristogìtone il licaone.
Maysa la lince è riuscita a trovare qualcuno che sostituisca Susanna sia nei "Licaoni del Liscio" sia negli "Otocioni". Veramente, lei l'ha scritturata per gli Otocioni, ma ha squisitamente insinuato che se è capace di suonare la chitarra ritmica in un complesso rock, tanto più sarà capace di cantare e fare due smorfie in una band di liscio. Lasciando da parte le lepidezze della lince, la giovane micia è stata assunta anche tra i Licaoni. Si chiama Diana Pagano, è siciliana ed ha cominciato la sua esistenza proprio male. Lanciata all'età di due mesi da un'auto in corsa in un giardino, fu salvata ed adottata da una famiglia che le dedicò le più amorevoli cure. Il veterinario stabilì che aveva un ematoma subdurale ed alcune costole rotte, probabilmente per i calci ricevuti in tenerissima età. Nonostante le truci premesse, la fanciulla sta benissimo, studia Architettura con scarsi risultati e sostiene di essere una ballerina: in realtà quando la lince l'ha pescata si esibiva nella danza del ventre in alcuni squallidi locali della periferia di Gela, per contribuire alle spese universitarie. Nella foto, infatti, potete vederla mentre volteggia in una coreografia con il doppio velo.
E' stata ben lieta di lasciare le esibizioni sicule per dedicarsi al rock e al liscio - non foss'altro perché per lo meno guadagna qualche soldo. Essendo figlia di un'insegnante di religione è assai cattolica: ma questo non le ha impedito di unirsi a noi nelle serate estive a base di vino bianco e canne (non palustri), sostenendo (è la regina della razionalizzazione) che l'alcool e la marijuana avvicinano al divino e sono fonte di profonde esperienze mistico-religiose...
giovedì 5 agosto 2010
Vacanze intelligenti o vacanze deficienti?
E' un problema che non mi son mai posta, in verità. La settimana scorsa Tarquinius ed io siamo stati a Gello, in quel di Pisa, a trovare Lucky e Zoe. Lucky è un giornalista freelance amico della mia povera Susanna, Zoe è la sua compagna (la vedete nella foto a fianco). Gestisce una catena di profumerie bio in tutta la Toscana e ama truccarsi sapientemente gli occhi con il kajal al ribes inventato da lei. Abbiamo passato la vacanza a mangiare, bere e correre avanti e indietro per la costa tirrenica. le cose che mi sono maggiormente rimaste impresse di questa vacanza sono state la visita al Parco Archeominerario di San Silvestro e i PTG.
Cosa sono i PTG? Se li cercate nella cartina non li troverete giammai, essendo questo un appellativo malevolo che io ho dato ai vari Porti Turistici che sono stati costruiti in varie località marine del Mediterraneo. Porti Turistici Globalizzati.
Sono piacevoli, a dire il vero. Piacevoli e funzionali, bianchi, puliti, ben sistemati, con i loro negozi legati alla vita di mare (costumi da bagno, articoli di marineria, gastronomie fornitissime di scatolame vario...). Appaiono destinati a coloro che scendono da uno yacht o da una barca e vogliono rifornire l'imbarcazione medesima senza prendersi il disturbo di oltrepassare il porticciolo. Sono però forniti di bar e locali assai alla moda, spesso di una piazza con una fontana, un loggiato, delle panchine, talché anche i terrestri possano recarvisi e magari ammirare le barche e gli yacht attraccati nel porto.
Dice Tarquinius che ravvisa una certa acidità nel mio tono.
Non lo so nemmeno io. Di certo sono carini. Ne ho visti a Barcellona, a San Vincenzo, a Rosignano Solvay (quello che vedete nella prima foto), a Marina di Ravenna. Tuttavia mi sembrano un po' tutti uguali. Sembra li abbia ideati il medesimo architetto (e non è Ali Ben Bhrutto). Inoltre, sovente hanno sostituito una zona del porto che magari era ricca di bettole e di catapecchie assortite, con capanne di legno e barche scrostate che dondolavano pigramente vicino ai moli.
Una cosa positiva, molti dicono.
Boh.
A me piacciono le bettole e le catapecchie, le barche scrostate che dondolano sotto i moli traballanti e i vecchi seduti su sedie malmesse davanti a case di legno, che vi devo dire. Del resto, sono una ramarra e i ramarri, si sa, non sono noti per il loro gusto estetico.
lunedì 2 agosto 2010
Ali Ben Bhrutto, architetto del Ghetto
Volusia è stata anche terreno fertile per la prima architettura moderna orientale. Molti dei più importanti progettisti hanno lavorato alla realizzazione di edifizi che coniugassero solidità ed estetica post-moderna nella città destinata alla riabilitazione dei condannati. Oggi una interessante mostra allo Sliminess Museum of Art di Winnemucca cerca di documentare questa vicenda, che ha rappresentato una sfida del Governo italiano agli stereotipi in campo internazionale circa la sua presunta scarsa capacità organizzativa. Schizzi di materiale vario - e non sempre individuabile -, lucidi, fotografie, plastici a rappresentare progetti di vari architetti moderni compongono Volusia Nightmare: Architecture on a Ghetto 1990-2010, a cura di Judas Iscariot, storico dell’architettura ed ex direttore del museo locale.
La prima mostra è organizzata cronologicamente, e inizia con alcune foto della Scary Frightening, il dormitorio femminile di Volusia, progettata dal pakistano Ali Ben Bhrutto. Realizzata con materiali industriali (Vinavil, balsa, leacril, vetro, minestrone stantio e acciaio), venne proposta nella mostra al Museo della Peristalsi di Volusia nello scorso giugno. L’architetto pakistano Ben Bhrutto ha realizzato larga parte degli edifici di Volusia e pare che il suo stile sia inconfondibile. Quando gli assessori proposero al Governatore di Volusia il progetto di una sala cinematografica a pianta quadrata, in cemento armato, impreziosita da una miriade di lische di palombo, pare che il Governatore abbia esclamato: “Ma quest’edificio è ben brutto!!!” e che l’assessore all’urbanistica abbia ululato: “Vede? Anche lei riconosce il tocco del Maestro!!!”
venerdì 9 luglio 2010
Il Governo del fare
Stamattina sono andata con Megalo a trovare Aurinca a Volusia. Eravamo invero un po' preoccupate che volesse cucinare per noi, ma la donnola era stanca dopo il funereo corso di formazione e ci ha invitate in una kebaberia gestita da un topo turco che si trova a Volusia per omicidio (ha tentato di assassinare il metropolita di Cospaia per una vendetta legata ad una guerra di bande e, visto che non gli è riuscito, ha fatto secco il vicino benzinaio sulla E 45).
Megalo ha voluto sapere chi gestisce i permessi per aprire esercizi pubblici e locali a Volusia. Aurinca ha detto che sono concessi dal Governatore in persona, ma che nessuno sa quali siano i criteri di concessione, anzi, nessuno ha mai avuto l'onore di incontrare il Governatore, benché siano visibili ovunque i segni del suo operato (nella foto il Palazzo del Governo, dopo i lavori che lo hanno recentemente restaurato ed abbellito).
Megalo s' è incuriosita e ha detto che cercherà di vederlo; il topo turco ha ribattuto che non l'ha mai visto nessuno, nemmeno i suoi collaboratori...
domenica 13 giugno 2010
Cornalba Ultraviolet
giovedì 10 giugno 2010
domenica 6 giugno 2010
Le strutture di Volusia
I carcerati sono liberi di circolare all'interno di Volusia perché la città è cinta da solide mura e sbarrata da robustissime porte. Quando la donnola Aurinca Lacusta è stata accompagnata a Volusia dalle guardie carcerarie perugine, è stata cordialmente scaricata all'entrata e le è stato consigliato di seguire le indicazioni dei cartelli stradali, che sono ben tenuti, aggiornati ed offrono, come si vede dalla foto a destra, informazioni assai circostanziate.
venerdì 4 giugno 2010
Volusia
In Umbria c'è una terza provincia, di cui solitamente nella cartine si tace. E' la città di Volusia, che è un po' come Anagoor... solo che non è che la gente si accampi intorno alle mura per tentare d'entrarvi.
Nella foto potete ammirare (?) la porta di Volusia. Se pensate che non sia un gran che, aspettate di aver visto l'interno della città e vi ricrederete. Volusia è il luogo dove vengono spediti coloro che hanno commesso un crimine, hanno passato un congruo periodo di tempo in galera e sono ora reputati meritevoli di contribuire al benessere della regione lavorando nella città. E' lì che ai primi di giugno è stata trasferita Aurinca Lacusta, ve la ricordate? la cuoca moldava che dimorava a casa di Ibadeth e Tarquinius l'anno scorso, soffriva di concretismo (era incapace di comprendere le metafore e pigliava tutto alla lettera) e, volendo preparare una teglia di strozzapreti, aveva tentato di strangolare il vecchio buon parroco di Casemasce. L'anziano religioso s'era difeso stordendola con un tabernacolo d'argento del Seicento e aveva chiamato i Carabinieri: la povera cuoca era stata condotta in carcere e processata dopo qualche mese.
Le autorità ritengono che a Volusia possa estrinsecare compiutamente la propria opera a vantaggio della comunità. La città, come vedremo, è bella ed accogliente, fornita di tutti i servizi essenziali e non, e riceve dal Governo parecchie sovvenzioni che le consentono di migliorare gradatamente il benessere e la comodità degli abitanti.
mercoledì 2 giugno 2010
Bagni di vento
Ieri Tarquinius ed io abbiamo accompagnato Lucy K.K. che doveva presentare le sue marmellate ad alcuni agriturismi umbri.
Premesso che negli ultimi anni in Umbria ci sono più agriturismi che case normali, non è un fenomeno che mi dispiaccia: mi metterebbe molta più tristezza girare per le campagne e vedere vecchi casolari in rovina invasi da fichi pertinaci e ortiche palestrate. Che c’entra, preferirei vedere casolari in piena attività, ma se codesto non si può avere, ben vengano gli agriturismi. Quello però che abbiamo visitato ieri – e che potete ammirare in foto - è veramente peculiare. Si chiama “La pescolla” (che credo significhi “la pozzanghera”) ed è gestito da una volpe ed una faina… il che avrebbe forse dovuto metterci sull’avviso… ma le due hanno subito acquistato vari chili delle marmellate di Lucy, per cui non ci siamo messi a formalizzarci troppo.
La volpe si chiama Lavinia Sottocasa e viene da Roma; la faina si chiama Ascalona Brambilla e viene da Milano. L’agriturismo è segnalato da una sfranta freccia di legno che annuncia criptica “Teatro del Bruttomale Meditativo” e spedisce in mezzo a sentieri sconnessi e forre invase da acqua stagnante. Nell’atrio dell’edifizio si viene accolti da miriadi di candele accese e dépliant che offrono corsi e specialità varie, quali bagni di vento, impacchi di fieno, infusi di pisciacane, vino di fungo, digiuno terapeutico, corsi di sassoterapia e meditazione etrusca mediante l’abbraccio degli alberi.
Mentre tornavamo a casa, Lucy ha commentato diplomatica che ciò che l’agriturismo offriva le era parso insolito; quando ci siamo fermati a comperare del vino (d’uva, stavolta, non di fungo) presso un altro agriturismo, abbiamo appreso altre gesta delle due intrepide imprenditrici. A noi Ascalona Brambilla aveva detto che era stata dirigente d’azienda nel Milanese e che s’era licenziata per ritrovare una dimensione dello spirito più consona ai ritmi naturali; ma ci hanno informati che era dipendente della Microsoft ed era stata cacciata a calci nel sedere perché si serviva delle sue conoscenze informatiche per inserirsi nelle caselle di posta altrui, cambiar loro la password e organizzare false vendite di Ipad.
Lavinia Sottocasa, dal canto suo, era reduce da un anno e tre mesi di carcere. Pare avesse lavorato a lungo in un’associazione di volontariato, chiamata “I Liutai”, che raccoglieva fondi organizzando banchetti nelle piazze delle città, fermava la gente che passava e chiedeva loro “una firma contro la violenza” (oltre, ovviamente, ad un sostanzioso versamento in denaro, lasciando intendere agli sbalorditi passanti che, avendo firmato, sarebbe stato il caso che versassero, altrimenti…). Pare che l’anno scorso un coraggioso viandante le avesse chiesto a chi diavolo venissero spedite le “firme contro la violenza” e che la volpe, infuriata da tanta mancanza di fiducia, lo avesse aggredito con lo stendardo dell’associazione pacifista procurandogli ferite lacero-contuse al lobo occipitale sinistro.
venerdì 21 maggio 2010
I tristi calici

domenica 9 maggio 2010
Tra Corso Vannucci e il West
“Anch’io ho un piccolo mistero casareccio da raccontarti” mi ha detto ieri Maria Grata Li Greci, la candida micia siciliana che fa l’anestesista e la danzatrice del ventre nel tempo libero. O il contrario, a seconda della prospettiva.
Eravamo a pranzo nei pressi dell’ospedale, lei era in pausa ed è venuta con me a mangiare un piatto di croccantini presso il triste bar dell’Ospedale Silvestrini.
Ero studentessa all’Università, ero venuta dalla Sicilia, stavo a pensione presso il gattile di Collestrada e avevo fatto amicizia con un’altra gatta siciliana di nome Rosa, che veniva da Messina. Rosa studiava filosofia e spesso si accompagnava con discutibili figuri. Non che fosse una gatta poco seria, sia chiaro, sospetto solo fosse afflitta da una cronica insicurezza e probabilmente bisogno d'affetto, che la spingeva sovente a mescolarsi con tipi che avrebbe fatto meglio a lasciar perdere. Durante la nostra amicizia, che non è sopravvissuta agli anni dell’Università, ne ha cambiati alcuni, che a me parevano uno peggiore dell'altro.
Il più simpatico di loro, e quello che è stato più a lungo con lei, era un suo compagno d’università, che si chiamava Mike Di Prinzio ed era americano. Era un tasso, diceva di venire da Newark, dove era nato e vissuto con la sua famiglia, ovviamente originaria dell’Italia meridionale, credo dell’Abruzzo – il nonno era emigrato in America negli Anni Venti, mi pare, ma i genitori di Mike erano nati a Madison, nel New Jersey, e la madre di lui non conosceva una parola d’italiano. Erano una famiglia molto snob: il padre era direttore di banca, la madre gestiva un’agenzia immobiliare e avevano mandato il figlio a studiare in Italia per conoscere la terra dei suoi avi.
Questo è quello che andava affabulando Mike. Rosa diceva che un giorno o l’altro sarebbe andata con lui in America a conoscerne la famiglia e la cosa la metteva un po’ in apprensione. Rosa era una gatta semplice e simpatica, studiava con un buon profitto, ma non aveva ambizioni di far chissà cosa con la sua laurea. Soprattutto, non sapeva cucinare, il che la faceva sentire abbastanza insicura -pare che la madre americana di Mike fosse una cuoca sopraffina. Mascherava la sua insicurezza con una perenne vivacità che si scontrava con un analogo atteggiamento, condito da aggressività, da parte di Mike: erano simpatici, ma diciamo che andavano presi a piccole dosi, perché erano brillanti, spiritosi, facevano battute a raffica, cantavano, ballavano e non di rado litigavano furiosamente per ore davanti a tutti.
Un giorno si lasciarono. Qualche tempo dopo, Rosa mi confidò, in gran segreto, che non ne poteva più di Mike perché, tra le altre cose, era un bugiardo patologico. Pare che non fosse affatto americano, ma che provenisse da un paese in provincia di Teramo, Martinsicuro, altro che Madison; che i suoi genitori possedessero lì un mini-market e non avessero nemmeno la terza media. Che in America non ci avesse mai messo piede.
Rimasi sconcertata. Mike aveva convinto anche me: parlava bene l’italiano, ma con un plausibilissimo accento americano e talvolta incappava in plausibilissimi errori. Peraltro, parlava inglese alla perfezione. Come sarebbe a dire che era di Teramo?
Ti giuro, mi diceva Rosa, era italianissimo, come me e te. Di Prinzio Michele. Non ha mai voluto farmi conoscere i suoi perché sarebbe crollato tutto il suo castello di balle. Avrei visto che sua madre vendeva stracci e scope in un negozietto, che parlava dialetto e che era grassa e sciatta, che suo padre era un simpatico grezzone con i baffi a manubrio che passava metà giornata in canottiera ad affettare mortadella alle casalinghe abruzzesi.
Mi chiedevo, stupefatta, perché Mike si fosse preso il disturbo d’inventare un edificio di menzogne così elaborato. Forse aveva capito che le studentesse perugine erano esterofile e voleva diventare popolare? O forse s’era sempre condotto così, non distinguendo la realtà dalla fantasia e riuscendo persino ad ingannare i professori universitari, che cercavano d’aiutarlo agli esami ed erano più generosi, in considerazione del grande sforzo d’un giovane straniero che tenta di esprimersi in una lingua non sua? Non lo seppi mai, perché Rosa non volle mai scendere in particolari, nonostante mie reiterate insistenze (“Chiedi a Sandra, fatti raccontare da lei tutti i retroscena, vedrai che ti farai due risate…”). Non incontrai più Mike Di Prinzio e raramente vidi Rosa, che dopo la laurea era andata a lavorare ad Arezzo in una ditta di alimenti per cani e gatti. Interpellai la nostra comune amica Sandra, che non si mostrò la gran miniera d’informazioni favoleggiata da Rosa: mi guardò sorpresa e mi chiese: “E perché Rosa ti ha mandato a chiederlo a me? Io non è che ne so tanto… so che Rosa m’ha detto che è italiano, che non è per niente americano e che le ha detto – ci ha detto - un mucchio di stronzate…”
Bon, le cose sarebbero rimaste lì, io mi sarei accontentata di etichettare Mike Di Prinzio come un bugiardo patologico e non ci avrei più pensato. Senonché, un giorno incontrai una mia amica che fa l’avvocato in centro e che si occupava di diritto dell’immigrazione. Per lavoro, quindi, frequenta parecchi stranieri e, benché non abbia mai avuto Mike come cliente, lo conosce, così come parecchi suoi amici. Pettegolando di questo e di quello, io arrivai a raccontarle la storia di Rosa e Mike e lei mi guardò con espressione stranita. Che stai dicendo, mi disse quieta, certo che è americano. Ha anche preso lezioni d’italiano da un’insegnante amica mia, quando è arrivato a Perugia. I suoi documenti non li ho mai visti, ma ho avuto a che fare con molti amici suoi, due o tre hanno vissuto con lui. E nessuno s’è sognato di dirmi che non sia americano...
Dopo avermi raccontato questa sconcertante storiella, Maria Grata si è alzata, si è spazzolata il camice e s’è avviata verso il suo reparto. Io le camminavo accanto impensierita e le ho chiesto come fosse andata a finire.
“Non è andata a finire” ha riso lei. “Mike non l’ho più visto. E in ogni caso non è che se vedo uno dopo tanti anni, lo saluto chiedendogli se è vero che quattro anni fa ha raccontato un sacco di balle. Rosa la sento, ogni tanto, ma dopo aver lanciato la bomba s'è ammutolita: rifiuta di parlarne e ripete come un mantra ‘ Chiedilo a Sandra, chiedilo a Sandra’ “
“La quale non ne sa niente” ho detto io ridendo.
“No, mi ripete di domandarlo a Rosa” ha sghignazzato Maria Grata, salutandomi all’ingresso del reparto.
venerdì 7 maggio 2010
Una strage annunciata
Sei nell'ufficio postale centrale della città e ti metti in coda col tuo biglietto, poniamo il 786. Ogni sportello ha il suo display rosso col numeretto che sta servendo in quel momento. In mezzo alla sala, appeso al soffitto, troneggia un display più grande dove tu puoi seguire l'andamento dei turni e lo smistamento degli sportelli.
Sul megadisplay c'è il 785.
Tu aspetti fiduciosa. Ancora un numero e tocca a te.
Dopo un minuto il 785 scatta e ... deng... appare il 786.
Il tuo.
Ti alzi con la tua raccomandata e vai verso lo sportello, ma il tipo che aveva il 785 non ha ancora finito e non si schioda.
Tu aspetti fremente sbattendo la coda dietro la linea gialla.
Deng! Scatta anche il 787, ma il tizio del 785 non ha ancora finito di conferire con l'impiegato e non ti lascia accedere allo sportello.
Quando finalmente se ne va, scatta il 788. DENG! Ca va sans dire.
Tu ti avvicini, mostri il tuo biglietto e l'impiegato, stolido, gracchia: "788! Venga il 788! Che vuole lei, col 786? Perché non s'è svegliata prima?" e se protesti: "Ci stia attenta, ai numeri, eccheccappero!"
E poi dice che uno non deve emulare Michael Douglas in Un giorno d'ordinaria follia...