lunedì 27 dicembre 2010

Presepe morente


Che dire? Il primo Natale senza Susanna non mi è parso neppure un Natale. Tarquinius, pur essendo addolorato quanto me per la scomparsa di Susanna, si è augurato che sopravvenga presto il primo anniversario della sua dipartita acciocché io possa piantarla di affibbiare quest'etichetta ad ogni festività e ad ogni riunione con gli amici, e forse ha ragione. Ma non ho potuto fare a meno di pensare che a Susanna sarebbe piaciuto passare il Natale ad Arna, nella casa di Byna Vanbeselaere e di sua cugina Chanel, insieme con Srikant il pitone, Arturo e Lucy K.K., Asiak e il furetto Annibale Bellassai, le "Ametiste del Nilo" al gran completo, gli Otocioni e i Licaoni.
Abbiamo mangiato e ben bevuto, debitamente brindato tra la luce di mille candele e ricordato gli amici scomparsi.
L'unica nota straniante della riunione si è verificata quando Chanel ci ha portato a vedere una sua mostra, esposta presso la ex-discoteca "Brooklyn" ed intitolata "Presepe morente"...
                                             
                                             Presepe senza prospettive


Presepe dietro le quinte


Presepe bombardato da estremisti islamici



venerdì 24 dicembre 2010

Natale 2010


Il post non risulterà molto originale, temo, ma pazienza,
a Natale che cosa si può dire se non




AUGURI A TUTTI!


?

giovedì 16 dicembre 2010

Un focolare preistorico, un monile e varie scuole di pensiero

A proposito di stereotipi.
Quando qualcuno è freddo, elusivo, falso e colpisce alle spalle lo si definisce un serpente. Evidentemente non è sempre così, giacché abbiamo avuto modo di apprezzare la calda solidarietà dei nostri serpenti, il pitone Srikant e Byna Vanbeselaere, la falso-corallo che non ci aveva mai ispirato eccessiva simpatia. I due rettili hanno messo al nostro servizio la loro abilità recandosi con me, Alibech, Asiak, Lucy K.K. e la gatta bianca Maria Grata Li Greci alla ricerca di indizi che ci suggerissero dove possa essere finita la visoncina Liriope Bǿnnelycke.
Stiamo battendo da giorni le campagne intorno all'autogrill da cui è scomparsa Liriope, e abbiamo trovato di tutto, anche un focolare di epoca gravettiana che ha fatto accorrere immantinente Maddy McSnow e vari docenti assortiti di Archeologia.

Il freddo di questi giorni è crudele e i pendii che si dipartono dall'autostrada sono spazzati da un vento gelido in cui svolazzano sporadici fiocchi di neve. Campi arati e scuri tramati di brina scendono in mezzo a viottole appena accennate bordate da sterpi. Byna sussurrava che a lei piace leggere il tessuto rurale ed individuare strade e siti dove l'occhio normalmente non vede nulla - ci ha detto di avere una laurea in archeologia, anche se ora fa l'architetto ed organizza mostre - e si è infilata in una strada costeggiata da stecchi che sembrava non partire da nessun luogo e in nessun luogo condurre.

In fondo alla strada Srikant, che s'infilava in tutti i buchi del terreno, ha rinvenuto qualcosa.



Una collana strappata e semisepolta tra il fogliame marcito. Srikant ha voluto sapere dalle tre visoncine se era di Liriope.
"Sì!" ha esclamato Lucy K.K.
"No, no" ha crollato il capo Asiak.
"Forse" ha concesso, dubbiosa, Alibech.
Maria Grata Li Greci si è detta alquanto in forse sull'utilità di detta testimonianza.

domenica 28 novembre 2010

Chi ha visto Liriope?

Liriope non è tornata. Guillaume Grégoire Louisquinze è rimasto un po' in Italia per cercarla, ma poi tornato a Québec perché ha detto che la sua birreria non si autogestisce. Alibech, invece, è ancora qui, è ospite a casa mia. La visoncina nera non si dà per vinta e in questi giorni è andata, insieme con Lucy K.K. e il soriano Arturo, all'autogrill dal quale Liriope è sparita a cercare degli indizi. Passano giornate intere ad annusare il terreno intorno all'autogrill. Piove in continuazione e loro tornano a casa la sera esausti, scontenti e con la pelliccia bagnata.
Oggi è piovuto freneticamente per tutto il giorno. La campagna s'è trasformata in un'ininterrotta palude fangosa, il cielo e basso e le nuvole rotolano in mezzo ai cespugli stillanti e per i pendii tappezzati di foglie morte. Non siamo usciti, siamo stati tutta la sera a preparare decorazioni per le ceste natalizie di Lucy K.K. (forse ricorderete che la visoncina color cipria si guadagna da vivere con una bancarella in cui vende marmellate, tisane e candele).
Stanotte ho fatto un sogno curioso. Stavo andando a trovare qualcuno che viveva su una collina non lontano da casa mia, era sera ed io salivo per un viale cupo mentre scorgevo un gruppo di case in cima alla collina, di cui intravedevo qualche finestra illuminata. Era inverno, ma non pioveva e la collina era silenziosa. Freddo, sì, ma frizzantino; di sicuro era stato sereno, quel giorno. Alla mia destra, sulla collina oscura, due archi luminosi... due porte di luce?


(A sinistra Alibech, a destra Lucy K.K.)

martedì 16 novembre 2010

Disturbo di personalità paranoide…?

Ho ritrovato un post che Susanna aveva scritto e si era dimenticata di pubblicare...

No, non voglio raccontare la solita barzelletta in voga tra gli psicologi della domenica o di altri giorni della settimana, quella che fa
"Lei è paranoico!"
"No, è lei, dottore, che mi odia!"
Sono una gatta seria, io, e di solito empatizzo coi paranoidi. Mio fratello Edoardo insinua – è malevolo, egli – che li capisca perché sono anch’io paranoica; ma lui, si sa, ce l’ha con me. No, ho stilato una terza relazione per il seminario del professor Biancamagnolia (se continuo così, mi laureo senza neanche passare dal via) ed ho analizzato, stavolta, uno dei romanzi preferiti della Mamma, dal titolo "Paura di uccidere", della scrittrice inglese Ruth Rendell. (Veramente, il romanzo s’intitola A demon in my view ed è un giallo, uscito credo alla fine degli Anni Sessanta; ma la Mamma sostiene che è così bello che meriterebbe di essere promosso nella sezione Capolavori Letterari). Si trova, in esso, la descrizione di un caso di Disturbo di personalità paranoide con impulsi omicidi assortiti per soprammercato; ma compare, tra le sue pagine, anche un episodio che, secondo le ricerche di Maddy, potrebbe essere ascritto alla vendetta del piccolo Albert di cui al post precedente…



Questa, in breve, la vicenda. L’impiegato Arthur Johnson vive in una squallida periferia londinese, in un appartamento ben arredato, ordinatissimo e tirato a lucido (in cui peraltro entra solo lui, ma non si sa mai). La sua vita è rispettabilissima: egli lavora come impiegato in una ditta, non è sposato né ha relazioni con donne (non fosse mai), non beve (anche perché se no diventa aggressivo), non fuma, non frequenta nessuno: come dice lui "se ne sta per conto suo". E’ stato cresciuto dalla zia Gracie, che, apparentemente, lo ha allevato con amore dopo che la madre (che non ci pensava su due volte quando si trattava di giacere con un uomo) lo ha partorito, venduto alla sorella e abbandonato per sempre. Del padre, non è dato sapere; probabilmente la stessa madre di Arthur, qualora fosse stata interpellata al riguardo, non avrebbe saputo fornire precisi ragguagli sulla di lui identità. La zia Gracie, dunque, lo cresce amorevolmente (nel senso…), inculcandogli gran copia di sani valori: la sensazione di essere un reietto che deve riscattarsi dalla bassezza della sua nascita; l’odio per il sesso, la diffidenza verso le donne (ma anche verso gli esseri umani in generale, specie se di differente colore), il servilismo verso i "Superiori" di qualsiasi tipo, il fanatismo per la pulizia, il terrore dell’altrui giudizio. Dopo la morte della zia, Arthur rimane solo e sviluppa una simpatica abitudine: seguire una donna nel dedalo di viuzze delle periferie londinesi e strangolarla, traendone un immenso ed ineffabile piacere. Come minimo, direi io; ho sempre simpatizzato con il povero Arthur… Non si deve tuttavia pensare che egli sia contento di ciò: si rende conto che ammazzare le donne per strada è maleducazione, sa che cosa succede a chi fa ciò che lui ha fatto (non che ne provi rimorso, ovviamente, ha paura della legge); allora studia uno stratagemma per sfogare i suoi istinti e non pagarne le conseguenze. Avendo trovato, abbandonato nella spazzatura post-bellica, un manichino a grandezza naturale raffigurante una donna, lo porta nello scantinato del suo palazzo, lo veste con gli abiti della zia Gracie, ne fa la sua Dama Bianca protettrice e la strangola quando gli gira. Sistema semplice, ma efficace: la legge ti permette di uccidere qualsiasi cosa non sia fatta di carne ed ossa, ragiona Arthur, e con questo sistema va avanti per anni senza sentire il bisogno di uccidere…finché un giorno non arriva nel palazzo un giovane studente, di nome Anthony, che sta per laurearsi (in psicologia, tanto bene) e intanto fa del volontariato coi bambini del quartiere.
Il 5 novembre a Londra si ricorda un personaggio storico, Guy Fawkes, e si organizzano sagre in cui viene bruciato un fantoccio che lo raffigura. Il giovane Anthony, con i bambini e le mamme del quartiere, organizza una festa, al culmine della quale un manichino vestito da Guy Fawkes è bruciato; e indovinate quale manichino sono andati tanto bene a pescare? Ma la Dama Bianca di Arthur Johnson, ça va sans dire. Il povero Arthur arriva troppo tardi per impedire lo scempio. Furibondo, convintissimo che Anthony già da tempo nutra, per motivi di vicinato, del rancore nei suoi confronti, si vendica cominciando a sottrargli la posta dell’amante, una donna sposata che è indecisa se lasciare il marito e mettersi con Anthony o mollare Anthony e restare col marito. Così la faccio decidere io, ragiona Arthur, non ricevendo più risposte da Anthony, questa penserà che si sia stufato e lo manderà a cagare…. Intanto, però, il povero Arthur, privo del suo feticcio, è costretto ad uscire di nuovo in strada di notte per andare a cercare qualche preda da strozzare… e, senza saperlo, strozza tanto bene una vicina di casa (ma tanto accusano il di lei marito e Arthur la fa franca ancora una volta… ma non per molto). Come prosegue la storia non ve lo dico per tre motivi:
1) quello che interessa a me è la patologia di cui soffre Arthur Johnson;
2) vorrei avanzare un’ipotesi su qual è il ruolo del piccolo Albert (di cui nel libro non si parla,
peraltro, ma io le cose le so perché me le invento;
3) il romanzo è bello, andate a leggervelo da soli, razza di pisquani.

(Paura di uccidere, s’intitola, è di Ruth Rendell, adesso la Editrice Fanucci ha preso a ripubblicare i suoi romanzi, ma spesso e volentieri gli cambia il titolo, quindi badateci).

Che cosa dice il DSM-IV del Disturbo di personalità paranoide?
Questi sono i criteri diagnostici:

A) Un quadro pervasivo di diffidenza e sospettosità nei confronti degli altri (tanto che le loro intenzioni sono interpretate come malevole), che iniziano nella prima età adulta e sono presenti in una varietà di contesti, come indicato da quattro (o più) dei seguenti elementi:
1)sospetta, senza una base sufficiente, di essere sfruttato, danneggiato o ingannato (come, senza una base sufficiente? Ma è vero!)2) è riluttante a confidarsi con gli altri perché teme che le sue confidenze possano essere ritorte contro di lui;
3) in tutti gli eventi, anche benevoli, scorge significati nascosti, umilianti o minacciosi (il che, per la maggior parte delle volte, è!)4) dubita senza giustificazione della lealtà o della fedeltà del partner, degli amici e dei colleghi;
5) porta costantemente rancore (grrrrrr!!!);
6) percepisce attacchi al proprio ruolo, anche se non sono evidenti agli altri.

E fa le medesime cose anche con il povero terapeuta che cerca di dargli una raddrizzata, naturalmente… Sintomi come questi sono abbastanza evidenti nel povero Arthur Johnson. Il suo stile di relazione con gli altri è rigido; quando tratta con qualcuno è perennemente timoroso di essere umiliato o preso in giro; è ossessionato dall’idea di fare bella figura; ha bassa stima di sé (la madre non l’ha voluto e per di più era una gran mignotta…), per cui è preoccupato dalle persone che, secondo lui, rappresentano il potere. Un giorno, per strada, viene fermato da una giovane che fa un sondaggio d'opinioni; Arthur le dà puntigliosamente tutte le informazioni che vuole e, dice l’autrice, quando vede che la donna ha preso nota di tutto si sente un po’ meglio… come a dire loro mi hanno controllato, loro ora sanno che sono una persona perbene… Odia e teme gli altri, ma proietta i suoi sentimenti al di fuori di sé: non è lui che odia, sono gli altri che ce l’hanno con lui. Ha fantasie di legami concreti e magici con gli oggetti (la Dama Bianca, oggetto in senso letterale e in senso psicologico)
Solo che…
L’autrice lo definisce "psicopatico".

domenica 14 novembre 2010

La misteriosa scomparsa di Liriope

Dopo quarantott'ore dalla scomparsa della visoncina wrangeliana, alfine la forza pubblica s'è messa in moto. Alibech Estalère ha formalizzato la denuncia ed ha portato una foto della sua amica (quella che vedete sopra, scattata nel giardino Zen dell'Università di Edmonton). La Polizia ha scoperto che Liriope Bonnelicke ha preso l'aereo dal Canada ed ha fatto scalo a Francoforte. Dopo una sosta di circa due ore, è salita su un aereo diretto a Firenze, da dove ha preso un pullmann diretto a Perugia. Nel corso di una sosta ad un autogrill sull'Autostrada del Sole, la visoncina è svanita nella sera come se non fosse mai esistita.
I passeggeri hanno fatto caso a lei (vedere un visone che sale su un pulmann con il bagaglio non è, dopo tutto, cosa che capiti tutti i giorni) e qualcuno ha pure notato che, quando il mezzo è ripartito, lei non c'era; ma nessuno ha detto niente, era sera, l'autista ha abbassato le luci e molta gente s'è messa a dormire.
Una videocamera ha ripreso Liriope mentre attraversa il sottopassaggio che, dall'autogrill, porta al lato opposto dell'autostrada (dove si trova un ristorante della medesima catena). Alibech e G.G. hanno visto il video della telecamera e dicono che è stato inquietante vedere la sagoma di Liriope, di spalle, che si allontana trascinando le zampe nel tunnel e svanisce nell'oscurità.

Nell'autogrill al lato opposto della strada non c'è nulla che non ci sia nel primo, in cui s'era fermato l'autobus proveniente da Firenze. Dietro il ristorante c'è un hard-discount circondato da un ampio spiazzo, che finisce in una stradina sterrata in discesa verso un gruppo di case e poi si perde nelle campagne. La Polizia ha ipotizzato che Liriope sia uscita da lì; o che qualcuno l'abbia attesa con un'auto nel parcheggio e che l'abbia riportata verso il nord...

venerdì 5 novembre 2010

Le vite dei Santi: il santissimo Frescone della Pergoletta

Una processione piuttosto moscia è stata quella che domenica 31 ottobre si è recata in visita al santuario della Pergoletta, sulle cime del Monte Tezio, sopra Perugia. Io, Tarquinius, i tre visoni Asiak, Alibech e G.G. (così viene chiamato, per brevità, il birraio Guillaume-Grégoire Louisquinze), il furetto Annibale sposo di Asiak, il ratto della Sabina con il suo fidanzato, il panda rosso Fulgenzio Plancìade, e il Bimbo (la Bimba era andata alla Fiera dei Morti ad aiutare Lucy K.K. e il suo compagno Arturo).
La mattina Alibech e G.G. erano stati in Questura a denunciare la sparizione di Liriope ed erano tornati scontenti per la scarsa considerazione che, a loro dire, avevano ricevuto dalle forze dell'ordine. "Bamboli, spalano aria e macinano acqua"  aveva brontolato il visone. Io avevo fatto notare che la Polizia difficilmente si muove prima di quarantott'ore dalla sparizione, e il visone aveva sputato nel focolare. Non volendo stare in casa a loquizzare invanamente, come diceva lui, abbiamo preso il furgone di Tarquinius e ci siamo recati alla chiesetta sconsacrata della Pergoletta, una volta dedicata a san Frescone, sulla cui vita ci ha illuminato il Bimbo. Ricordo tuttavia, per chi fosse nuovo di queste pagine, che il Bimbo non è ateo, di più; ama infatti documentarsi sulle vite dei Santi non già per motivi devozionali - che sono da lui piuttosto remoti - bensì per irriderne i culti e sottolinearne le incongruità e la sconsideratezza.
Ben triste era la storia di San Frescone, ha esordito l'empio ragazzino. Magistrato della cittadina di Oscanum, alle pendici del Tezio, aveva abbandonato i culti pagani per abbracciare la fede cristiana ed era incorso nella grande persecuzione che l'imperatore Diocleziano (III sec. d.C.) aveva scatenato contro i seguaci del Figlio di Dio. Catturato da una truppa di rudi centurioni romani capitanata da Egnatius Ruscius ed essendosi fermamente rifiutato di abiurare, era stato costretto a scegliere tra la morte e il bungam bungam, una terribile usanza mutuata dalle colonie tripolitane, che consisteva nella sfrenata sodomizzazione del malcapitato da parte di tutta la coorte. Fieramente, Frescone aveva scelto la morte e la condanna era stata eseguita: il magistrato era stato accoppato da una potente capocciata del più deficiente soldato vandalo della legione, Maurus Kasparius, tristemente noto per la durezza della sua cervice e della mancanza, all'interno di essa, di qualsivoglia vestigio di materia cerebrale...

martedì 2 novembre 2010

Halloween od Ognissanti?


Non ci eravamo tanto preoccupati non vedendo arrivare Liriope. Lei non aveva proprio promesso che sarebbe venuta per Ognissanti, lo aveva solo ipotizzato. Mentre Alibech e Guillaume-Grégoire avevano prenotato l'aereo e avevano anche fatto sapere quando saremmo potuti andare a Fiumicino a prenderli, Liriope  Bǿnnelycke aveva subordinato la sua presenza a non so quale impegno accademico all'Università di Edmonton, dove insegna lingua e letteratura ciaplina. Lucy K.K. aveva insinuato che avesse paura di tornare in Europa, dopo la sanguinosa esperienza di due anni fa con la pellicciaia che voleva farne una stola, ma l'ipotesi non aveva trovato conferme.
Non lo avevamo trovato strano, dicevo. Alibech e Guillaume-Grégoire erano arrivati venerdì all'aereoporto, erano stati prelevati da Maysa e da suo marito ed erano arrivati nel pomeriggio a casa del furetto Annibale e di Asiak, che non li vedeva da parecchio e si è oltremodo commossa nel ritrovarli. Alibech ha assicurato che Liriope sarebbe venuta, ma che non le aveva precisato con che volo; e la cosa è rimasta lì, per aria, come fumo di una candela che aleggia sopra una tavola dopo la cena.
La cena di sabato si è svolta con contenuta allegria. Mancavano Lucy K.K. e Arturo il soriano, che stavano preparando la bancarella per la Fiera dei Morti, ma c'erano, oltre alla lince e a suo marito, Edoardo, Martino il rabbino, Michelangelo il ratto con il suo fidanzato Fulgenzio Planciade e Maria Grata Li Greci, la gatta bianca anestesista e danzatrice orientale a tempo perso. Si raccontavano barzellette - il visone Guillaume-Grégoire è un tipo un po' greve e ne possiede una riserva inesauribile, narrate oltre tutto con una sintassi che Edoardo ha definito creativa - e si parlava di Halloween.
Io dicevo che non avevo nulla contro la festività in sé, ma che mi sembrava una massiccia operazione di mercato, una festa importata in Italia solo per indurre i ragazzini a buttare più soldi di quanti già non ne buttino in stronzate pseudo-horror e serate a tema stregonesco in discoteca - posizione sulla quale concordavano tutti gli astanti.
A tarda sera è arrivata una telefonata, cercavano Alibech. Era la sorella di Liriope Bǿnnelycke che voleva parlare con lei e sapere perché mai non rispondesse al cellulare.
E' saltato fuori che la visoncina aveva preso l'aereo sei o sette ore dopo che erano partiti gli altri due e che quindi sarebbe dovuta arrivare da un pezzo.
Solo che non era arrivata.

lunedì 25 ottobre 2010

Sedano nero e antichi mestieri


L'autunno si addensa su Trevi, come si nota dalla fotografia. Il lupo giornalista Flavio Aufidio Crispino è impegnato in una serie di servizi sulle manifestazioni culturali e sugli antichi mestieri dell'Umbria e ieri pomeriggio siamo andati a vederlo lavorare (oddìo, lavorare...) a Trevi, dove si svolgeva un mercato in occasione della Sagra del sedano nero, specialità locale che troneggia in tutte le ricette trevane che Dio ha mandato sulla terra. Io, Tarquinius, il soriano Arturo e Lucy K.K. ci siamo aggirati per le vivaci viuzze del paese, in larga parte ristrutturato dopo il terremoto (a proposito, sapevate che a Trevi esiste il Collegio dei Boemi? Tarquinius ha detto che avrebbe preferito i boeri, ma ultimamente sta virando con una certa decisione verso il sibaritico).
Bancarelle che vendevano ciotole e mestoli di legno d'olivo, mazzi di sedano nero, barattoli di pesto di sedano (con salsiccia o senza), umbricelli verdi (al sedano, naturaliter), latte del pregiato olio locale, ciambelline al vino e all'uvetta, griglie su cui si arrostivano salsicce riempivano la piazza di Trevi, in mezzo al profumo delle caldarroste. La cugina di Flavio Aufidio Crispino, una lupa di nome Licinia Domizia Calanta, ci ha invitati alla sua bancarella e ci ha fatto assaggiare gambi di sedano nero in pinzimonio e bruschette, mentre il lupo illustrava gli antichi mestieri ormai scomparsi (raddrizzatore di gambe dei cani, avvocato delle cause perse, mangiapreti, fanagott, mangiapane a ufo...). A cena, in una locanda in fondo ad una via buia rischiarata da un lampione, abbiamo mangiato umbricelli verdi ai porcini, vellutata di sedano nero e zuppa di farro al sedano, condita con l'olio trevano e annaffiata da alcune... parecchie... bottiglie di Montefalco (tutto offerto dal lupo, se no col sedano, anzi col cavolo che ce lo saremmo potuti permettere...).

venerdì 15 ottobre 2010

Ariosi santuari e birra alle ghiande


Stamattina Tarquinius è partito per i monti di Bevagna, chiamato da un gruppo di volonterosi che si sono auto-tassati per cominciare finalmente a restaurare il Santuario della Madonna della Valle (nella foto), che si trova alla fine di una strada montana tra Gualdo Cattaneo e Bevagna.
Pare che la povera chiesuola, di proprietà della Curia, sia stata abbandonata a malgrado delle proteste dei cittadini di Bevagna e dei paesi circonvicini, che nel 2005 erano riusciti ad ottenere che tecnici della Regione Umbria, dell'Arcidiocesi di Spoleto e Norcia e del Comune di Bevagna si riunissero per un sopralluogo che avrebbe dovuto stabilire la condotta da tenersi per il restauro. Che peraltro non c'è stato.
Ieri sera Tarquinius s'è documentato sulla storia del Santuario e queste notizie ha rinvenuto:

"Si trova in comune di Bevagna. Il santuario è situato sulla sua collina, eretto nel 1212 da Napoleone, figlio del conte Rinaldo, convertito da San Francesco, in un luogo meraviglioso per il panorama e per la folta boscaglia. Napoleone di Antignano, così celebre nelle armi e nella politica, capo ghibellino e amico carissimo del congiunto Federico II, donò alla chiesa ben 200 ettari di terra. Altri beni furono lasciati dal nipote di Napoleone, Rainaldo nel 1291 (archivio comunale di Todi). La primitiva chiesa andò in rovina, e, nel 1544, fu ricostruita dalle fondamenta da certo Stracciato (già il nome promette male), che ne ebbe dal vescovo di Spoleto il giuspatronato. Dopo due anni, il figlio di questi, Cesare Pierantoni, la donò al comune (30/5/1546). Il documento, che parla della fondazione della chiesa della Madonna della Valle accenna per la prima volta a Consoli, che reggevano il comune di Bevagna.

Il santuario ha una facciata elegante con trifora, con ampia scalinata. Attorno corre un arioso portico; un massiccio campanile svetta. Ha una sola navata. E' luogo di attrazione turistica, ma soprattutto di fede dei paesi vicini. La sua festa si celebra il primo maggio"
 
Più arioso di così, il portico, ha commentato Tarquinius, è tutto pieno di crepe... La piccola chiesa è situata in un luogo assai ameno, fornito anche di tavoli di legno e focolari all'aperto per eventuali grigliate, tanto per non scordare che siamo pagani totali, noi... Ci si può arrivare, inerpicandosi senza pietà in auto, dal paese di Gualdo Cattaneo o da Cantalupo, poco prima di Bevagna. Quanto meno la strada è asfaltata, tranne gli ultimi due chilometri prima del Santuario...
 
Questa mattina ho quindi preparato la colazione a Tarquinius e poi ho ricevuto la visita delle due visoncine Asiak e Lucy K.K., che mi hanno messo a parte di una bella notizia: la riunione, per le feste di Ognissanti, di tutti i visoni del tristissimo gruppo di Civitella Plestina, quelli che dovevano essere scuoiati vivi dalla terribile pellicciaia e che sono riusciti a sfuggirle assassinandola, con pesanti conseguenze sulla psiche di tutti loro. 
La flautista franco-canadese Alibech Estalère, Liriope Bǿnnelycke, che viene dall'isola di Wrangel ed è una studiosa di lingua e letteratura ciaplina e il mitico (perché mai visto) Clément-Grégoire Louisquinze, franco-canadese fabbricante di birra alle ghiande, arriveranno venerdì 29 ottobre e resteranno una decina di giorni ospiti da Asiak e Annibale il furetto.
Prevedo una bella festa di Halloween, anche se, senza Susanna e Charlie, i festeggiamenti saranno per forza di cose in tono minore...




 


domenica 10 ottobre 2010

Ali Ben Bhrutto a lu centru de lu munnu

E io che credevo che l'architetto pakistano Ali Ben Bhrutto lavorasse solo a Volusia.
Illusione, il Maestro ci delizia con le sue opere anche in altre ridenti (?) località italiane, nella fattispecie alla periferia di Foligno, dove gli è stata commissionata una chiesa di pregevole fattura di cui potete prendere visione nella foto sopra.
Oggi sono andata con Tarquinius, Edoardo e Megalo a fare una gita fra Gualdo Cattaneo, Bevagna e Foligno. Dopo una breve gita alla disastrata ed infelicissima chiesa della Madonna della Valle, il nostro gruppo è calato verso lu centru de lu munnu per bersi un caffè... ed è lì che abbiamo avuto la visione dell'orrore.
Abbiamo subito riconosciuto il tocco del Maestro. Megalo ha esclamato: "Madonna, quest'edificio è ben brutto!!!"

lunedì 4 ottobre 2010

Le poesie di Iris

Nel cassetto di Susanna ho ritrovato una poesia di Iris, la sorellina morta tre anni fa.





Quando una sera azzurra d'estate
sul lungomare
vedo una luce rossigna
in un angolo oscuro



intravedo le stelle che portano
al futuro lontano inverno,
alle ghirlande e alle candele.

martedì 21 settembre 2010

Restauro del centro storico di Volusia




Sarà un onore o no essere stati scelti dal Governatore di Volusia in persona per suonare all’inaugurazione del centro storico della città recentemente restaurato? Lo scopriremo solo vivendo; ma intanto ci siamo risolti ad accettare. Mio marito Tarquinius ed io eravamo, a dir la verità, un po’ perplessi; ma Aristogìtone il licaone, Filòstrato il pipistrello e la nostra nuova cantante Diana sembravano ritenere l’invito foriero di notevole prestigio e di futuri lauti guadagni.

Sul prestigio nutrivo invero qualche dubbio, dopo aver saputo che alla cerimonia avrebbero preso parte eminenti (?) personalità del Governo, tipo Bondi, Tremonti e la Gelmini in persona; ma abbiamo risolto il problema evitando del tutto di mangiare prima dell’evento, in modo da non dare indecoroso spettacolo di noi davanti alla variegata popolazione volusiana.

Dopo che il Direttore del carcere (ché quello Volusia è, non s’ha da dimenticare) ha condotto le personalità politiche e i giornalisti in giro per il centro storico, mostrando loro le antiche case restaurate ed abbellite




il perfetto stato della sicurezza in pieno ossequio alla Legge 626






i giardini ripuliti e resi gai e vivaci da una moltitudine di piante e fiori variopinti e le corone d’alloro decorative apposte dall’Amministrazione,




 ci siamo esibiti in un’oculata scelta di pezzi dal nostro repertorio (del tipo "In questo mondo di ladri", "A chi la do stasera" e "Vicious", sostituito però col sinonimo "Viscid").
Per finire in bellezza (???), Diana si è prodotta nella sua personale rielaborazione dell’Aria sulla quarta corda di Bach e del Te Deum di Charpentier con la vuvuzela; esibizione che è stata oltremodo gradita ai membri del Governo, che hanno dimostrato ancora una volta il loro gusto squisito ed il loro amore per l’arte e la cultura.




















lunedì 13 settembre 2010

Fatto l'inganno, trovata la legge


Avvocato nel suo studio
Inserito originariamente da susannucciauccia

Nella foto potete vedere Edoardo, l'avvocatone Sullivan, nel suo studio legale.
Edoardo, uno dei fratelli di Susanna, è penalista. Susanna lo presentò nel blog un paio d'anni fa, per cui non sto a ripetere le sue parole - peraltro assai poco fraterne - sul soggetto, cui lei attribuiva ogni sorta di nefandezze e frequentazioni malsane. E' una brava persona, se non annettete importanza al fatto che è l'avvocato di fiducia della Banda della Magliana, della Loggia P 2 e di Donato Bilancia (del resto, tutti hanno il diritto di essere difesi in un processo, nevvero?). Stamattina sono andata ad assistere alla prima lezione da lui tenuta alla Facoltà di Giurisprudenza, dove è titolare della cattedra di Clausole Vessatorie, un nuovo corso caldamente raccomandato da ambienti vicini a partiti di destra non meglio identificati. Edoardo ha presentato il Piano di lavoro dell'esame e dei seminari che intende tenere. L'aula in cui la lezione si svolgeva era affollatissima, forse a causa dell'approccio originale ad una materia farraginosa quale il Diritto Penale e fors'anche alla possibilità di riciclare le competenze ivi acquisite in campo lavorativo. Argomenti che verranno approfonditi nei seminari, oltre ovviamente alle clausole vessatorie, saranno le interpretazioni fraudolente, con particolare attenzione alla creazione di cose scritte in piccolo nei contratti, i cavilli nefasti, le leggi ad personam e i contratti capestro. Testo consigliato il Mavalà, dal titolo Qui lo dico e qui lo nego.

mercoledì 1 settembre 2010

Vuvuzela breaking balls



Inserito originariamente da susannucciauccia

Ho come la tremenda suspicione che Diana per la nostra band di liscio sia stata un incauto acquisto, per così dire. Mi auguro di sbagliarmi, forse nel prosieguo della sua collaborazione con i Licaoni si rivelerà un elemento di spicco, ma l'altra sera un suo assolo dell'Adagio di Barber con la vuvuzela alla Sagra Musicale Etrusca ha lasciato gli astanti stronati e sconvolti.

(Nella foto Diana alla scrivania mentre studia per un esame di architettura dei materiali che dovrà sostenere a breve).

venerdì 27 agosto 2010

Diana


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Inserito originariamente da susannucciauccia

Molti fanno lavori che non vorrebbero fare e si consolano dicendo - a se stessi e agli altri - che è una situazione transitoria. Oppure saltano la fase giustificatoria e si proclamano direttamente attori, cantanti, registi, imprenditori e chi più ne ha più ne metta, come sosteneva Cicciolina. In taluni romanzi americani, ad esempio, nessuno fa la cameriera a New York, sono tutte attrici o cantanti che, in attesa della consacrazione nel firmamento dell'arte, fanno le cameriere, le lavapiatti, le segretarie... Si deve pur vivere, dice il mio amico Aristogìtone il licaone.

Maysa la lince è riuscita a trovare qualcuno che sostituisca Susanna sia nei "Licaoni del Liscio" sia negli "Otocioni". Veramente, lei l'ha scritturata per gli Otocioni, ma ha squisitamente insinuato che se è capace di suonare la chitarra ritmica in un complesso rock, tanto più sarà capace di cantare e fare due smorfie in una band di liscio. Lasciando da parte le lepidezze della lince, la giovane micia è stata assunta anche tra i Licaoni. Si chiama Diana Pagano, è siciliana ed ha cominciato la sua esistenza proprio male. Lanciata all'età di due mesi da un'auto in corsa in un giardino, fu salvata ed adottata da una famiglia che le dedicò le più amorevoli cure. Il veterinario stabilì che aveva un ematoma subdurale ed alcune costole rotte, probabilmente per i calci ricevuti in tenerissima età. Nonostante le truci premesse, la fanciulla sta benissimo, studia Architettura con scarsi risultati e sostiene di essere una ballerina: in realtà quando la lince l'ha pescata si esibiva nella danza del ventre in alcuni squallidi locali della periferia di Gela, per contribuire alle spese universitarie. Nella foto, infatti, potete vederla mentre volteggia in una coreografia con il doppio velo.

E' stata ben lieta di lasciare le esibizioni sicule per dedicarsi al rock e al liscio - non foss'altro perché per lo meno guadagna qualche soldo. Essendo figlia di un'insegnante di religione è assai cattolica: ma questo non le ha impedito di unirsi a noi nelle serate estive a base di vino bianco e canne (non palustri), sostenendo (è la regina della razionalizzazione) che l'alcool e la marijuana avvicinano al divino e sono fonte di profonde esperienze mistico-religiose...

giovedì 5 agosto 2010

Vacanze intelligenti o vacanze deficienti?



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Inserito originariamente da susannucciauccia

E' un problema che non mi son mai posta, in verità. La settimana scorsa Tarquinius ed io siamo stati a Gello, in quel di Pisa, a trovare Lucky e Zoe. Lucky è un giornalista freelance amico della mia povera Susanna, Zoe è la sua compagna (la vedete nella foto a fianco). Gestisce una catena di profumerie bio in tutta la Toscana e ama truccarsi sapientemente gli occhi con il kajal al ribes inventato da lei. Abbiamo passato la vacanza a mangiare, bere e correre avanti e indietro per la costa tirrenica. le cose che mi sono maggiormente rimaste impresse di questa vacanza sono state la visita al Parco Archeominerario di San Silvestro e i PTG.
Cosa sono i PTG? Se li cercate nella cartina non li troverete giammai, essendo questo un appellativo malevolo che io ho dato ai vari Porti Turistici che sono stati costruiti in varie località marine del Mediterraneo. Porti Turistici Globalizzati.
Sono piacevoli, a dire il vero. Piacevoli e funzionali, bianchi, puliti, ben sistemati, con i loro negozi legati alla vita di mare (costumi da bagno, articoli di marineria, gastronomie fornitissime di scatolame vario...). Appaiono destinati a coloro che scendono da uno yacht o da una barca e vogliono rifornire l'imbarcazione medesima senza prendersi il disturbo di oltrepassare il porticciolo. Sono però forniti di bar e locali assai alla moda, spesso di una piazza con una fontana, un loggiato, delle panchine, talché anche i terrestri possano recarvisi e magari ammirare le barche e gli yacht attraccati nel porto.
Dice Tarquinius che ravvisa una certa acidità nel mio tono.
Non lo so nemmeno io. Di certo sono carini. Ne ho visti a Barcellona, a San Vincenzo, a Rosignano Solvay (quello che vedete nella prima foto), a Marina di Ravenna. Tuttavia mi sembrano un po' tutti uguali. Sembra li abbia ideati il medesimo architetto (e non è Ali Ben Bhrutto). Inoltre, sovente hanno sostituito una zona del porto che magari era ricca di bettole e di catapecchie assortite, con capanne di legno e barche scrostate che dondolavano pigramente vicino ai moli.
Una cosa positiva, molti dicono.
Boh.
A me piacciono le bettole e le catapecchie, le barche scrostate che dondolano sotto i moli traballanti e i vecchi seduti su sedie malmesse davanti a case di legno, che vi devo dire. Del resto, sono una ramarra e i ramarri, si sa, non sono noti per il loro gusto estetico.

lunedì 2 agosto 2010

Ali Ben Bhrutto, architetto del Ghetto







Volusia è stata anche terreno fertile per la prima architettura moderna orientale. Molti dei più importanti progettisti hanno lavorato alla realizzazione di edifizi che coniugassero solidità ed estetica post-moderna nella città destinata alla riabilitazione dei condannati. Oggi una interessante mostra allo Sliminess Museum of Art di Winnemucca cerca di documentare questa vicenda, che ha rappresentato una sfida del Governo italiano agli stereotipi in campo internazionale circa la sua presunta scarsa capacità organizzativa. Schizzi di materiale vario - e non sempre individuabile -, lucidi, fotografie, plastici a rappresentare progetti di vari architetti moderni compongono Volusia Nightmare: Architecture on a Ghetto 1990-2010, a cura di Judas Iscariot, storico dell’architettura ed ex direttore del museo locale.
La prima mostra è organizzata cronologicamente, e inizia con alcune foto della Scary Frightening, il dormitorio femminile di Volusia, progettata dal pakistano Ali Ben Bhrutto. Realizzata con materiali industriali (Vinavil, balsa, leacril, vetro, minestrone stantio e acciaio), venne proposta nella mostra al Museo della Peristalsi di Volusia nello scorso giugno. L’architetto pakistano Ben Bhrutto ha realizzato larga parte degli edifici di Volusia e pare che il suo stile sia inconfondibile. Quando gli assessori proposero al Governatore di Volusia il progetto di una sala cinematografica a pianta quadrata, in cemento armato, impreziosita da una miriade di lische di palombo, pare che il Governatore abbia esclamato: “Ma quest’edificio è ben brutto!!!” e che l’assessore all’urbanistica abbia ululato: “Vede? Anche lei riconosce il tocco del Maestro!!!”

venerdì 9 luglio 2010

Il Governo del fare






Stamattina sono andata con Megalo a trovare Aurinca a Volusia. Eravamo invero un po' preoccupate che volesse cucinare per noi, ma la donnola era stanca dopo il funereo corso di formazione e ci ha invitate in una kebaberia gestita da un topo turco che si trova a Volusia per omicidio (ha tentato di assassinare il metropolita di Cospaia per una vendetta legata ad una guerra di bande e, visto che non gli è riuscito, ha fatto secco il vicino benzinaio sulla E 45).
Megalo ha voluto sapere chi gestisce i permessi per aprire esercizi pubblici e locali a Volusia. Aurinca ha detto che sono concessi dal Governatore in persona, ma che nessuno sa quali siano i criteri di concessione, anzi, nessuno ha mai avuto l'onore di incontrare il Governatore, benché siano visibili ovunque i segni del suo operato (nella foto il Palazzo del Governo, dopo i lavori che lo hanno recentemente restaurato ed abbellito).
Megalo s' è incuriosita e ha detto che cercherà di vederlo; il topo turco ha ribattuto che non l'ha mai visto nessuno, nemmeno i suoi collaboratori...

domenica 13 giugno 2010

Cornalba Ultraviolet




A Volusia si può sentire e vedere solo Cornalba Ultraviolet, la cui sede potete ammirare nella foto sopra.
Si definisce "l'unico network veramente libero" ed è gestito da un gruppo di ergastolani - incarcerati per i reati più fantasiosi - che trasmettono programmi rivoluzionari e altamente trasgressivi in quanto, sostengono, non hanno gran che da perdere.
Aurinca mi ha detto che ascolta sempre i loro programmi radiofonici mentre cucina. Cucina solo a casa (l'altro giorno preparava il "cotechino in galera"), in quanto le autorità non hanno ritenuto consigliabile farle esercitare il precedente mestiere e le fanno seguire un corso di formazione per Installatore di radio nelle bare (pare che sia l'affare del momento, la cassa da morto munita di apparecchio radio atto a scongiurare il seppellimento prematuro).

domenica 6 giugno 2010

Le strutture di Volusia



I carcerati sono liberi di circolare all'interno di Volusia perché la città è cinta da solide mura e sbarrata da robustissime porte. Quando la donnola Aurinca Lacusta è stata accompagnata a Volusia dalle guardie carcerarie perugine, è stata cordialmente scaricata all'entrata e le è stato consigliato di seguire le indicazioni dei cartelli stradali, che sono ben tenuti, aggiornati ed offrono, come si vede dalla foto a destra, informazioni assai circostanziate.


Volusia è, come dicevo, completamente sovvenzionata dal Governo, che non lesina finanziamenti oculati per il soggiorno dei detenuti e per il loro recupero alla vita civile. Nella recente finanziaria è incluso un sostanzioso pacchetto per dotare la città di Volusia di strutture moderne e all'avanguardia, come il Centro Accettazione e Smistamento che si può ammirare nella foto a sinistra...

venerdì 4 giugno 2010

Volusia


Volusia
Inserito originariamente da susannucciauccia

In Umbria c'è una terza provincia, di cui solitamente nella cartine si tace. E' la città di Volusia, che è un po' come Anagoor... solo che non è che la gente si accampi intorno alle mura per tentare d'entrarvi.


Nella foto potete ammirare (?) la porta di Volusia. Se pensate che non sia un gran che, aspettate di aver visto l'interno della città e vi ricrederete. Volusia è il luogo dove vengono spediti coloro che hanno commesso un crimine, hanno passato un congruo periodo di tempo in galera e sono ora reputati meritevoli di contribuire al benessere della regione lavorando nella città. E' lì che ai primi di giugno è stata trasferita Aurinca Lacusta, ve la ricordate? la cuoca moldava che dimorava a casa di Ibadeth e Tarquinius l'anno scorso, soffriva di concretismo (era incapace di comprendere le metafore e pigliava tutto alla lettera) e, volendo preparare una teglia di strozzapreti, aveva tentato di strangolare il vecchio buon parroco di Casemasce. L'anziano religioso s'era difeso stordendola con un tabernacolo d'argento del Seicento e aveva chiamato i Carabinieri: la povera cuoca era stata condotta in carcere e processata dopo qualche mese.


Le autorità ritengono che a Volusia possa estrinsecare compiutamente la propria opera a vantaggio della comunità. La città, come vedremo, è bella ed accogliente, fornita di tutti i servizi essenziali e non, e riceve dal Governo parecchie sovvenzioni che le consentono di migliorare gradatamente il benessere e la comodità degli abitanti.



mercoledì 2 giugno 2010

Bagni di vento


Agriturismo "'Bruttmale"
Inserito originariamente da susannucciauccia


Ieri Tarquinius ed io abbiamo accompagnato Lucy K.K. che doveva presentare le sue marmellate ad alcuni agriturismi umbri.
Premesso che negli ultimi anni in Umbria ci sono più agriturismi che case normali, non è un fenomeno che mi dispiaccia: mi metterebbe molta più tristezza girare per le campagne e vedere vecchi casolari in rovina invasi da fichi pertinaci e ortiche palestrate. Che c’entra, preferirei vedere casolari in piena attività, ma se codesto non si può avere, ben vengano gli agriturismi. Quello però che abbiamo visitato ieri – e che potete ammirare in foto - è veramente peculiare. Si chiama “La pescolla” (che credo significhi “la pozzanghera”) ed è gestito da una volpe ed una faina… il che avrebbe forse dovuto metterci sull’avviso… ma le due hanno subito acquistato vari chili delle marmellate di Lucy, per cui non ci siamo messi a formalizzarci troppo.
La volpe si chiama Lavinia Sottocasa e viene da Roma; la faina si chiama Ascalona Brambilla e viene da Milano. L’agriturismo è segnalato da una sfranta freccia di legno che annuncia criptica “Teatro del Bruttomale Meditativo” e spedisce in mezzo a sentieri sconnessi e forre invase da acqua stagnante. Nell’atrio dell’edifizio si viene accolti da miriadi di candele accese e dépliant che offrono corsi e specialità varie, quali bagni di vento, impacchi di fieno, infusi di pisciacane, vino di fungo, digiuno terapeutico, corsi di sassoterapia e meditazione etrusca mediante l’abbraccio degli alberi.
Mentre tornavamo a casa, Lucy ha commentato diplomatica che ciò che l’agriturismo offriva le era parso insolito; quando ci siamo fermati a comperare del vino (d’uva, stavolta, non di fungo) presso un altro agriturismo, abbiamo appreso altre gesta delle due intrepide imprenditrici. A noi Ascalona Brambilla aveva detto che era stata dirigente d’azienda nel Milanese e che s’era licenziata per ritrovare una dimensione dello spirito più consona ai ritmi naturali; ma ci hanno informati che era dipendente della Microsoft ed era stata cacciata a calci nel sedere perché si serviva delle sue conoscenze informatiche per inserirsi nelle caselle di posta altrui, cambiar loro la password e organizzare false vendite di Ipad.
Lavinia Sottocasa, dal canto suo, era reduce da un anno e tre mesi di carcere. Pare avesse lavorato a lungo in un’associazione di volontariato, chiamata “I Liutai”, che raccoglieva fondi organizzando banchetti nelle piazze delle città, fermava la gente che passava e chiedeva loro “una firma contro la violenza” (oltre, ovviamente, ad un sostanzioso versamento in denaro, lasciando intendere agli sbalorditi passanti che, avendo firmato, sarebbe stato il caso che versassero, altrimenti…). Pare che l’anno scorso un coraggioso viandante le avesse chiesto a chi diavolo venissero spedite le “firme contro la violenza” e che la volpe, infuriata da tanta mancanza di fiducia, lo avesse aggredito con lo stendardo dell’associazione pacifista procurandogli ferite lacero-contuse al lobo occipitale sinistro.

venerdì 21 maggio 2010

I tristi calici


Lo diceva Susanna lo scorso dicembre, mostrando una foto della porta che dà sul cortile di Scubidù e Asiak, allora in restauro.
Susanna se n'è andata e la dolce primavera non è mai arrivata. Il cortile è stato restaurato, abbellito con panchine di legno e qualche rosaio... Lucy K.K. vi ha piantato due piccoli cespugli d'uva spina. Nella pergola sono state installate alcune lampade.
Il cortile non è stato mai usato, nessuno di noi animali si è mai accucciato sotto la pergola per bere vino bianco dai calici. Un po' perché da dicembre dello scorso anno nevica, piove, diluvia, soffia il vento e fischia la bufera. Un po' (tanto) perché non ci sono più tra noi Charlie e Susanna, andati via nel giro di due mesi.
Principia male, il 2010, fidatevi.
Per risollevare Asiak e Arturo dalla depressione, il furetto ha proposto una piccola cena ed un brindisi agli amici scomparsi, la prossima domenica. Verranno Megalo ed Edoardo, Martino, Pinca e Pallina, Otocioni, Licaoni e Ametiste del Nilo al gran completo e berranno il vino bianco sotto la pergola, sperando che Susanna e Charlie partecipino da lontano.

domenica 9 maggio 2010

Tra Corso Vannucci e il West


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Inserito originariamente da susannucciauccia

Anch’io ho un piccolo mistero casareccio da raccontarti” mi ha detto ieri Maria Grata Li Greci, la candida micia siciliana che fa l’anestesista e la danzatrice del ventre nel tempo libero. O il contrario, a seconda della prospettiva.
Eravamo a pranzo nei pressi dell’ospedale, lei era in pausa ed è venuta con me a mangiare un piatto di croccantini presso il triste bar dell’Ospedale Silvestrini.

Ero studentessa all’Università, ero venuta dalla Sicilia, stavo a pensione presso il gattile di Collestrada e avevo fatto amicizia con un’altra gatta siciliana di nome Rosa, che veniva da Messina. Rosa studiava filosofia e spesso si accompagnava con discutibili figuri. Non che fosse una gatta poco seria, sia chiaro, sospetto solo fosse afflitta da una cronica insicurezza e probabilmente bisogno d'affetto, che la spingeva sovente a mescolarsi con tipi che avrebbe fatto meglio a lasciar perdere. Durante la nostra amicizia, che non è sopravvissuta agli anni dell’Università, ne ha cambiati alcuni, che a me parevano uno peggiore dell'altro.
Il più simpatico di loro, e quello che è stato più a lungo con lei, era un suo compagno d’università, che si chiamava Mike Di Prinzio ed era americano. Era un tasso, diceva di venire da Newark, dove era nato e vissuto con la sua famiglia, ovviamente originaria dell’Italia meridionale, credo dell’Abruzzo – il nonno era emigrato in America negli Anni Venti, mi pare, ma i genitori di Mike erano nati a Madison, nel New Jersey, e la madre di lui non conosceva una parola d’italiano. Erano una famiglia molto snob: il padre era direttore di banca, la madre gestiva un’agenzia immobiliare e avevano mandato il figlio a studiare in Italia per conoscere la terra dei suoi avi.
Questo è quello che andava affabulando Mike. Rosa diceva che un giorno o l’altro sarebbe andata con lui in America a conoscerne la famiglia e la cosa la metteva un po’ in apprensione. Rosa era una gatta semplice e simpatica, studiava con un buon profitto, ma non aveva ambizioni di far chissà cosa con la sua laurea. Soprattutto, non sapeva cucinare, il che la faceva sentire abbastanza insicura -pare che la madre americana di Mike fosse una cuoca sopraffina. Mascherava la sua insicurezza con una perenne vivacità che si scontrava con un analogo atteggiamento, condito da aggressività, da parte di Mike: erano simpatici, ma diciamo che andavano presi a piccole dosi, perché erano brillanti, spiritosi, facevano battute a raffica, cantavano, ballavano e non di rado litigavano furiosamente per ore davanti a tutti.
Un giorno si lasciarono. Qualche tempo dopo, Rosa mi confidò, in gran segreto, che non ne poteva più di Mike perché, tra le altre cose, era un bugiardo patologico. Pare che non fosse affatto americano, ma che provenisse da un paese in provincia di Teramo, Martinsicuro, altro che Madison; che i suoi genitori possedessero lì un mini-market e non avessero nemmeno la terza media. Che in America non ci avesse mai messo piede.
Rimasi sconcertata. Mike aveva convinto anche me: parlava bene l’italiano, ma con un plausibilissimo accento americano e talvolta incappava in plausibilissimi errori. Peraltro, parlava inglese alla perfezione. Come sarebbe a dire che era di Teramo?
Ti giuro, mi diceva Rosa, era italianissimo, come me e te. Di Prinzio Michele. Non ha mai voluto farmi conoscere i suoi perché sarebbe crollato tutto il suo castello di balle. Avrei visto che sua madre vendeva stracci e scope in un negozietto, che parlava dialetto e che era grassa e sciatta, che suo padre era un simpatico grezzone con i baffi a manubrio che passava metà giornata in canottiera ad affettare mortadella alle casalinghe abruzzesi.
Mi chiedevo, stupefatta, perché Mike si fosse preso il disturbo d’inventare un edificio di menzogne così elaborato. Forse aveva capito che le studentesse perugine erano esterofile e voleva diventare popolare? O forse s’era sempre condotto così, non distinguendo la realtà dalla fantasia e riuscendo persino ad ingannare i professori universitari, che cercavano d’aiutarlo agli esami ed erano più generosi, in considerazione del grande sforzo d’un giovane straniero che tenta di esprimersi in una lingua non sua? Non lo seppi mai, perché Rosa non volle mai scendere in particolari, nonostante mie reiterate insistenze (“Chiedi a Sandra, fatti raccontare da lei tutti i retroscena, vedrai che ti farai due risate…”). Non incontrai più Mike Di Prinzio e raramente vidi Rosa, che dopo la laurea era andata a lavorare ad Arezzo in una ditta di alimenti per cani e gatti. Interpellai la nostra comune amica Sandra, che non si mostrò la gran miniera d’informazioni favoleggiata da Rosa: mi guardò sorpresa e mi chiese: “E perché Rosa ti ha mandato a chiederlo a me? Io non è che ne so tanto… so che Rosa m’ha detto che è italiano, che non è per niente americano e che le ha detto – ci ha detto - un mucchio di stronzate…”
Bon, le cose sarebbero rimaste lì, io mi sarei accontentata di etichettare Mike Di Prinzio come un bugiardo patologico e non ci avrei più pensato. Senonché, un giorno incontrai una mia amica che fa l’avvocato in centro e che si occupava di diritto dell’immigrazione. Per lavoro, quindi, frequenta parecchi stranieri e, benché non abbia mai avuto Mike come cliente, lo conosce, così come parecchi suoi amici. Pettegolando di questo e di quello, io arrivai a raccontarle la storia di Rosa e Mike e lei mi guardò con espressione stranita. Che stai dicendo, mi disse quieta, certo che è americano. Ha anche preso lezioni d’italiano da un’insegnante amica mia, quando è arrivato a Perugia. I suoi documenti non li ho mai visti, ma ho avuto a che fare con molti amici suoi, due o tre hanno vissuto con lui. E nessuno s’è sognato di dirmi che non sia americano...
Dopo avermi raccontato questa sconcertante storiella, Maria Grata si è alzata, si è spazzolata il camice e s’è avviata verso il suo reparto. Io le camminavo accanto impensierita e le ho chiesto come fosse andata a finire.
Non è andata a finire” ha riso lei. “Mike non l’ho più visto. E in ogni caso non è che se vedo uno dopo tanti anni, lo saluto chiedendogli se è vero che quattro anni fa ha raccontato un sacco di balle. Rosa la sento, ogni tanto, ma dopo aver lanciato la bomba s'è ammutolita: rifiuta di parlarne e ripete come un mantra ‘ Chiedilo a Sandra, chiedilo a Sandra’
La quale non ne sa niente” ho detto io ridendo.
No, mi ripete di domandarlo a Rosa” ha sghignazzato Maria Grata, salutandomi all’ingresso del reparto.

venerdì 7 maggio 2010

Una strage annunciata


teschio minaccioso
Inserito originariamente da susannucciauccia

Sei nell'ufficio postale centrale della città e ti metti in coda col tuo biglietto, poniamo il 786. Ogni sportello ha il suo display rosso col numeretto che sta servendo in quel momento. In mezzo alla sala, appeso al soffitto, troneggia un display più grande dove tu puoi seguire l'andamento dei turni e lo smistamento degli sportelli.
Sul megadisplay c'è il 785.
Tu aspetti fiduciosa. Ancora un numero e tocca a te.
Dopo un minuto il 785 scatta e ... deng... appare il 786.
Il tuo.
Ti alzi con la tua raccomandata e vai verso lo sportello, ma il tipo che aveva il 785 non ha ancora finito e non si schioda.
Tu aspetti fremente sbattendo la coda dietro la linea gialla.
Deng! Scatta anche il 787, ma il tizio del 785 non ha ancora finito di conferire con l'impiegato e non ti lascia accedere allo sportello.
Quando finalmente se ne va, scatta il 788. DENG! Ca va sans dire.
Tu ti avvicini, mostri il tuo biglietto e l'impiegato, stolido, gracchia: "788! Venga il 788! Che vuole lei, col 786? Perché non s'è svegliata prima?" e se protesti: "Ci stia attenta, ai numeri, eccheccappero!"

E poi dice che uno non deve emulare Michael Douglas in Un giorno d'ordinaria follia...

martedì 4 maggio 2010

Misteri dolorosi e non sempre gaudiosi


Nora
Inserito originariamente da susannucciauccia


Uno degli scritti di Susanna, che ho ritrovato sulla sua scrivania, parla di misteri. No, non come quelli narrati nell’indegna trasmissione di Italia 1. Nemmeno come quelli offerti a man salva dai libri gialli. I gialli di Susanna erano più casarecci, se vogliamo. E visto che anche il mio amico Aldo ha pubblicato un post dedicato ai misteri irrisolti con cui spesso uno si trova a fare i conti nella vita, voglio contribuire anch’io con qualcuno dei modesti enigmi che voleva proporci Susanna.
Glielo aveva raccontato la sua Mamma, che molti anni fa (si parla degli anni Ottanta) viveva con una bella gattona di nome Nora, calicò come Susanna, ma dal pessimo carattere. Potete vedere Nora nella foto: la risoluzione non è un gran che, ma forse contribuisce a dare l’idea dell’oscuro mistero.
La Mamma di Susanna nel luglio del 1980 era andata in vacanza in Sicilia e aveva lasciato ad occuparsi di Nora le sue zie, che abitavano nello stesso palazzo. Ogni due o tre giorni telefonava a casa per avere notizie (di Nora e delle zie). Un mattino, alla telefonata rispose una giovane cugina, che si mostrò abbastanza evasiva alla richiesta di notizie della gatta; dopo aver farfugliato qualcosa, affermò enfaticamente che la micia stava bene. Quell'enfasi ingenerò nella Mamma di Susanna molti sospetti, ma non poté appurare nulla di più, visto che la cugina insisteva nella sua versione apparentemente tranquillizzante.
Tornata a casa, all’aereoporto l’attendeva la sorella maggiore della cugina, che, nel tragitto di ritorno, cominciò col dirle cautamente che Nora stava sì bene, adesso; che non si doveva spaventare se la vedeva tutta fasciata, che la sua ferita era più impressionante che grave e cose simili. Alle allibite richieste della Mamma di Susanna (lo sapevo, che c'era qualcosa!), la cugina narrò che la gattina qualche giorno prima era caduta dalla terrazza, al terzo piano, si era ferita, era stata curata dal veterinario ed ora si avviava alla guarigione.
Il mistero stava nel fatto che nessuno sapeva spiegarle come avesse fatto la gatta a cadere dalla terrazza.

Si è spaventata, le dissero.
Spaventata di che? Aveva un caratteraccio, ma non era una gatta timorosa. Oltre tutto, conosceva benissimo sia le zie sia le cugine che sovente andavano a trovarla.
Sì, ma forse stavolta era andato a casa sua lo zio Lorenzo, marito di una delle zie. (Come, forse? c'era andato o non c'era andato?). Sai com’è, Nora viveva in una casa di femmine, non era abituata a sentire voci maschili e, sentendone una, s’era imbizzarrita, magari era saltata sul davanzale della terrazza ed era scivolata….
La Mamma di Susanna accettò questa versione, fino a quando lo zio Lorenzo, uomo piuttosto stravagante nei modi e che talvolta, negli anni passati, si era mostrato inspiegabilmente aggressivo verso i nipoti, non ruppe improvvisamente i rapporti con la famiglia della moglie, senza che alla Mamma di Susanna venisse spiegato il perché. (Era ed è una famiglia alquanto misteriosa: le cose non venivano riferite mai, c’era una reticenza diffusa). Ogni volta che lo zio Lorenzo incontrava per strada qualcuno dei parenti della moglie, tirava dritto fingendo di non conoscerlo.
Ovviamente una ridda di dicerie sullo strambo tizio si diffuse nella famiglia, e ci fu chi insinuò – ritrattando subito dopo – che fosse stato lo stesso zio Lorenzo anni prima a scaraventare la gatta Nora dal terzo piano, infastidito dal fatto che sua moglie andava spesso a portare cibo all’animale. La Mamma di Susanna s’incazzò come una iena, ma non avendo le prove, non si mosse; nel frattempo lo zio Lorenzo si ammalò e morì, assistito dalla moglie e dalle zie, con le quali, in articulo mortis, s’era riappacificato.
La Mamma di Susanna ancora oggi non sa cosa fosse veramente successo a Nora, quel pomeriggio torrido del 1980. Lo zio Lorenzo è morto da anni; la stessa Nora era mancata nel 1988 (e, in ogni caso, non aveva riferito alcunché); sua madre e le zie sostengono di non saper nulla; la cugina che fece l’insinuazione sostiene di averlo sentito dire dalla nonna… venuta a mancare nel 1993. La vedova dello zio Lorenzo è stata sempre succuba del marito, che sosteneva a spada tratta e reputava l’uomo più intelligente, più equilibrato, più colto e più generoso della terra (mah), pertanto sarebbe la persona meno adatta da interrogare.
Insomma, ancora oggi nessuno sa che cosa successe veramente alla Nora quel pomeriggio estivo.
O meglio: secondo la Mamma di Susanna lo sanno tutti. E’ lei, l’unica ad ignorarlo…

martedì 27 aprile 2010

Charlie se n'è andato


Quando sei triste perché hai perso un amico capita che la gente cerchi di consolarti (a parole, ovviamente). Qualche volta ci riesce e qualche volta dice delle scemenze assurde, anche se sono disposta a credere che non lo faccia per cattiveria.
Specialmente se si tratta di un animale.
Charlie è morto stamattina, all'età di quasi vent'anni. Dopo un mese e mezzo di declino. Insufficienza renale cronica, come sua madre Chicca (mancata all'età di diciannove anni, peraltro).
Era vecchio, dovevi aspettartelo. Ha avuto una vita lunga e felice. Così dicono.
Era vecchio, e allora? vuol dire che abbiamo avuto più tempo per affezionarci a lui e quando se n'è andato è stato peggio...

domenica 25 aprile 2010

Liberazione?

Oggi io e mio marito Tarquinius abbiamo deciso di andare a Pian di Massiano, dove ogni 25 aprile c'è il Mercato di Primavera. Visto che la nostra auto è in revisione, abbiamo deciso di prendere l'autobus e ci siamo trovati vicino a tre ragazzini: un maschio dall'aria gay (non so poi se lo fosse, magari era il più grande trombatore della provincia) e due freschette sedicenni stracolme di piercing, con pantaloni a vita bassa e zainetti modaioli bianchi e rosa. Il ragazzo era allegro e un po' schernevole nei confronti delle pischelle e le sfidava a spiegargli perché il 25 aprile fosse festa, secondo loro.
Una di esse ha ammesso candidamente non solo la propria totale ignoranza della questione, ma anche il proprio profondo disinteresse alla medesima. L'altra invece ci teneva a far vedere che le sapeva, le cose, lei, e ha detto trionfale: "E' la festa della liberazione!"
Il giovane presunto gay la incalzava, implacabile: "Sì, ma liberazione di che? Da chi?"
La ragazzina lo ha guardato vagamente disorientata, poi ci ha pensato su e ha sparato:
"La liberazion de Cristo!!!"
Mio marito Tarquinius ha fatto un commento ad alta voce.
Ma se ve lo riferisco mi bannano.